Il Museo Capitolare di Atri

atri

Benché sia poco nota, Atri, grazie agli Acquaviva, tra le principali del regno di Napoli, è stata dei poli di elaborazione del linguaggio quattrocentesco centro italiano, fondendo le istanze fiorentine, con una serie di suggestioni tardo gotiche, provenienti dalla Francia e dalla Spagna.

Processo che è ben testimoniato dal museo capitolare, il più antico d’Abruzzo: nel 1912 il Canonico Raffaele Tini cominciò ad esporre con un certo ordine oggetti pregiati che, in verità, erano già conservati nella sacrestia della Cattedrale. Si attrezzarono più tardi altre stanze, dove furono collocate le ceramiche, i codici miniati e gli incunaboli che prima erano stipati in accoglienti casse, anch’esse notevoli per pregi artistici. Il Museo è sistemato nei locali di un antico monastero benedettino – cistercense del XII secolo, situato a ridosso della Cattedrale, dove fa bella mostra di sé un nobilissimo chiostro su tre lati e a due piani. In seguito, a motivo della erezione a Diocesi di Atri, divenne abitazione dei canonici, i quali vi risiedevano conducendo quasi una vita monastica.

L’ultima trasformazione radicale si ebbe negli anni ‘60 sotto la direzione del soprintendente Guglielmo Matthiae che ristrutturò tutto l’edificio demolendo e ricostruendo ex novo l’ala nord dello stesso. Vi furono sistemati più razionalmente tutti gli oggetti esposti, compresi gli armadi scolpiti da Carlo Riccione che, dopo la demolizione della sacrestia e del coro interno, furono ricostruiti e sistemati nei primi 2 locali del nuovo museo. Un’ultima definitiva ristrutturazione, si é avuta nei primi mesi del 1994, quando, grazie alla Soprintendenza, alla Regione Abruzzo e alla Fondazione Tercas. Il Museo in questi ultimi anni si é arricchito di donazioni private come la raccolta di ceramiche di Vincenzo Bindi, e la raccolta di arte lignea di Tommaso Illuminati donata dagli eredi dello stesso.

Nell’ingresso del museo è dedicato agli arredi sacri: tra tutti, spiccano due grandi reliquiari francescani del XVII sec. in legno, con reliquie che provengono dalle catacombe romane, tre portaceri lignei del XVI sec. di buona fattura; lungo le scale una discesa dello Spirito Santo, opera di Giuseppe Prepositi, pittore locale allievo del Solimena. e una serie di sei candelieri e croce in legno dorato con Cristo in argento.

La prima e la seconda sala conservano i mobili provenienti dalla distrutta sagrestia della Cattedrale; a questi, nella seconda sala, si affianca la collezione dei codici miniati e degli incunaboli (quasi 30), provenienti sia dai canonici della Cattedrale che dal Palazzo Acquaviva, contenute in espositori del 1931 opera di Renato Tini.

La terza sala è dedicata sia ai paramenti sacri, tra cui spicca il tappeto rosso ricamato in argento donato nel 1732 al cardinale Troiano Acquaviva dalla regina d’Inghilterra, sia a reliquari provenienti dalle chiese locali

Nella quarta sala comincia la Pinacoteca: entrando da sinistra si due tavole Natività e Flagellazione attribuite a Pedro de Aponte, pittore di Saragozza, che seguì il Re Ferdinando il Cattolico durante la sua visita a Napoli, ove dovette ottenere l’incarico per le dette tavole dal Duca d’Atri Andrea Matteo III d’Acquaviva. Dato che gli elementi architettonici richiamano molto quelli del Bramante milanese e del Bramantino, che è assai probabile che il pittore abbia soggiornato per un certo periodo alla corte di Ludovico il Moro.

Al centro della sala vi una grande tavola Madonna col Bambino e Santi dei primi del 1500, opera attribuita Antonio Solario detto “lo Zingaro”, pittore assai poco noto: i punti fermi della sua biografia è che fu allievo prima di Antonello da Messina, poi di Bellini, che lavorò nelle Marche, a Napoli e a Venezia e che un certo punto della sua vita si trasferì a Londra, per entrare al servizio di Enrico VIII. Ma l’importanza della sala è nell’importante collezione di sculture lignee, che vanno dal dal XIII al XVII secolo.

Nella quinta sala sono esposti alcuni quadri del del XVI-XVII secolo, tra cui spicca una Madonna del Cavalier d’Arpino, mentre nella sesta vi sono opere barocche, di scuola napoletana.

La settima e ottava sala sono dedicate alla collezione Bindi, comprendente collezione di ceramiche abruzzesi di Castelli dal XVI al XIX secolo, oltre alla ceramica povera del XIX-XX sec. di Bussi, Lanciano, Atri e Torre de Passeri. Enttando sulla destra, sulla destra, Diploma di Laurea di Francesco Antonio Saverio Grue, datato 1798. Al centro, in vetrine modulari, dalla particolare forma a capanna, sono esposti i 100 pezzi della raccolta Vincenzo Bindi costituiti da piatti, mattonelle, piastrelle, vasi, ecc. prevalentemente di Castelli, ma anche di altre scuole, rappresentanti pressoché l’intera storia della ceramica d’Abruzzo, dagli inizi del XVI sec. al XIX. Sulla destra in vetrine della stessa tipologia di quelle centrali, altre ceramiche di Castelli e di officine di ceramica popolare abruzzese, raccolte e conservate negli anni dai canonici del Capitolo Cattedrale. Sono presenti mattoni maiolicati che provengono dal soffitto di S. Donato in Castelli, opere dei Grue (Francesco, Carlantonio, Francesco Antonio Saverio, Anastasio, Liborio, Francesco Saverio e Niccolò Tommaso), dei Gentili (Carmine, Giacomo e Berardino).

Non mancano i Cappelletti: Nicola (1691-1767) e Fedele (1874-1920), Gernaldo Fuina e tante altre ceramiche di autori non determinati ed altre più recenti costituenti la cosiddetta ceramica povera. Nel mezzo, solitaria, La Madonna col Bimbo maiolica bicolore, invetriata, attribuita a Luca della Robbia ed eseguita verso il 1470. In fondo due grandi vasi policromi di Francesco Saverio Grue (1720-1755) rappresentanti “Natività” e “Adorazione dei Magi” determinati ed altre più recenti costituenti laceramica povera. Nel mezzo, solitaria, La Madonna col Bimbo maiolica bicolore, invetriata, attribuita a Luca della Robbia ed eseguita verso il 1470.

La nona sala ospita oltre 100 pezzi di oreficeria, dal XIII al XX secolo, donati dalla fondazione Tercas, che opera molto per rivalutare i beni culturali della provincia di Teramo. La maggior parte dei pezzi viene dalla Cattedrale, ma gli altri vengono tutti dalle chiese di S.Chiara, S.Agostino, S.Nicola, S.Domenico e S.Reparata. I pezzi sono di varie scuole; molto presente quella abruzzese, oltre a pezzi della scuola orafa di Atri, che rientra nella lunga lista di artisti della scuola atriana. La scuola orafa di Atri fu l’unica dell’Abruzzo a sopravvivere fino al XVII secolo con artisti di alto livello (pur operando solo nella provincia di Teramo): infatti tutte le altre scuole orafe abruzzesi nel XVII secolo erano praticamente scomparse, per via della crescita di notorietà dei pezzi provenienti da Napoli.

Tra i vari pezzi esposti spiccano la stupenda Croce in cristallo di Rocca, un lavoro di scuola veneziana della fine del XIII sec., un pastorale in avorio intagliato fine XIII sec.,un riccio di pastorale, sempre in avorio intagliato, in origine dipinto, con un agnello e un drago, risalente agli inizi del XIV sec. e la grande Croce processionale in argento sbalzato e dorato, eseguita in Atri, nel 1518 da Mastro Giovanni di Rosarno di Calabria. La decima sala custodisce le opere dello scultore novecentesco locale Tommasi Illuminati.

Il percorso museale continua nello splendido chiostro, da cui si accede all’undicesima sala, in cui sono collocati alcuni materiali lapidei databili tra il II e il XIX secolo; vi si possono notare colonne, resti di finestre, balaustre, pietre tombali, stemmi, statue ecc. provenienti da varie zone di Atri e anche da alcune chiese della città. Una vera curiosità è la palla del campanile del duomo (XV secolo) con lo squarcio provocato dal fulmine nel 1996: si trovava collocata in cima alla torre campanaria, poi gravemente danneggiata a causa del fulmine e quindi sostituita da una uguale che funge da parafulmine.

Nella tredicesima sala si possono ammirare resti romani, mentre la quattordicesima è costituita dalla Cisterna Romana che alimentava le Terme che sorgevano dove ora è il Duomo. Lungo le volte e le colonne della cisterna si trovano affreschi del XIV e XV secolo, opere delle botteghe dei più importanti artisti attivi in queste epoche nel duomo di Atri: il Maestro di Offida e Antonio di Atri, protagonisti della transizione locale tra Tardo Gotico e Primo Rinascimento.

Nell’ultima sala sono infine conservate alcune fotocopie delle lettere scritte da vescovi e papi (gli originali si trovano nell’annessa Biblioteca Capitolare) tra il XIV e il XVII secolo e indirizzate alla diocesi di Atri.

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