Le cave di Cusa

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La visita a Selinunte non può considerarsi conclusa senza una visita alle Cave di Cusa, il cui parco è intitolato all’archeologo Vincenzo Tusa, che si raggiungono percorrendo la SS 115 in direzione sud, superata la zona vinicola, verso Campobello di Mazara.

Cave, il cui nome fa riferimento ad un vecchio proprietario dell’area, il barone Cusa e che nell’antichità erano note come come Ramuxara o Damus-ara (cava calda), che si presentano ancora oggi come delle cave a cielo aperto, totalmente immerse nel verde di colture intensive e che furono utilizzate per la costruzione dei templi di quell’antica colonia greca.

Le cave sono costituite da un grosso banco di calcarenite (un tufo compatto e resistente, particolarmente adatto alla costruzione) che si estende per circa due chilometri, da est a ovest, lungo un pianoro vicino la costa e che distano da Selinunte tredici chilometri, una distanza irrisoria oggi che disponiamo di moderni mezzi di locomozione veloci e robusti, ma non ai tempi quando si usavano carri, buoi e schiavi.

Eppure gli ingegneri e architetti della città greca le scelsero perché erano il punto più vicino dove il banco di calcarenite si mostrava compatto e massiccio a tal punto da poter staccare elementi di grosse dimensioni, come quelli utilizzati per il tempio G.

I blocchi più piccoli invece, venivano estratti da cave molto più vicine alla cittadella, come quelle sui pendii di Manuzza e, appena quattro chilometri più a nord, presso il vecchio e disabitato podere Baglio Cusa, le ‘Cave di Barone’.Da più lontano invece, dalle cave Misilbesi a Menfi, arrivavano i blocchi per la realizzazione delle sculture e gli ornamenti dei templi. Per fare un confronto, complessivamente furono estratti circa 150.000 metri cubi di pietra dalle cave di Cusa e 54.000 dalle Cave di Barone.

La calcarenite venne estratta per più di 150 anni, a partire dalla prima metà del VI sec. a.C. fino alla sconfitta dei greci da parte dei cartaginesi nel 409 a.C. In quell’occasione la cava fu abbandonata in fretta e furia dagli scalpellini e dagli operai addetti e così anche le abitazioni di questi ultimi, che temevano qualche rappresaglia dei cartaginesi. L’interruzione improvvisa dei lavori ci permette oggi di ricostruire tutte le fasi di lavorazione con estrema precisione.

L’interno dell’area archeologica è costellata da grandi massi cilindrici sparsi sul terreno o ancora da estrarre. Alcuni rocchi sono completamente scavati, pronti per essere trasportati, altri appena accennati, altri in viaggio per Selinunte furono abbandonati per strada.I Cartaginesi non ne ebbero più bisogno data la modestia delle loro realizzazioni architettoniche, utilizzando invece, la stessa Selinunte per prelevare materiale da costruzione. Il considerevole numero dei blocchi permette di stabilire che le persone impegnate nelle cave erano circa 150.

E’ possibile riconoscere anche qualche capitello, massi cilindrici con la base quadrata, che nella parte superiore presenta dodici cunei che servivano per ricavare l’echino (utilizzato nel capitello, costituisce una sorta di cuscino sotto l’abaco). Qua e la si possono ammirare anche abbozzi di colonne gigantesche che sicuramente erano destinate al Tempio G.

L’estrazione dei blocchi veniva praticata da schiavi che ricevevano in cambio solo cibo e vestiti. I gruppi di lavoro erano due: i Leukorgol (scalpellini occupati nel cantiere di costruzione) ed i Latomoi (scalpellini che lavoravano nelle cave).

La tecnica di estrazione era lunga e complessa. Per iniziare si tracciava la circonferenza o il perimetro del pezzo da estrarre, poi si tracciava un secondo solco più esterno profondo circa mezzo metro chiamato canale di frantumazione. Il cordolo di pietra rimasto tra i due canali doveva poi essere eliminato.L’operazione proseguiva fino a quando il tamburo non aveva raggiunto l’altezza desiderata, dopo di che si procedeva alla sua estrazione, distaccandolo dal fondo roccioso con l’aiuto di cunei di legno che si facevano rigonfiare con l’acqua. L’estrazione avveniva mediante argani o facendo scivolare il blocco su piani inclinati, eliminando prima la parte anteriore dello scavo.Ancora oggi è possibile notare alcuni solchi a forma di U nei blocchi, dovuti alle corde che servivano per sollevarli, oppure buchi quadrati alle due estremità dove venivano fissati i perni per facilitare lo spostamento e la messa in posa.

Il metodo di trasporto fu elaborato da Chersifone, architetto di Cnosso (Creta) e successivamente perfezionato da suo figlio Metagene. I rocchi di forma circolare venivano trasportati per rotolamento, quelli squadrati, invece, venivano rivestiti con un’intelaiatura di legno per agevolarne il trasporto ed evitarne il danneggiamento. Al centro delle due superfici di appoggio del blocco, si scavava un foro quadrato che consentiva il montaggio di un’armatura circolare di legno, sostituita da due ruote e arrotolata da una fune. I blocchi venivano così trainati faticosamente da buoi o schiavi che per raggiungere Selinunte impiegavano almeno due giorni.

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