Terme di Diocleziano

Le Terme di Diocleziano sono un complesso monumentale unico al mondo per le dimensioni e per l’eccezionale stato di conservazione. Furono costruite in soli otto anni tra il 298 e il 306 d.C. e si estendevano su una superficie di 13 ettari, per servire quelle che all’epoca erano le zone più popolose della roma dell’epoca, Quirinale, Viminale ed Esquilino, e per la loro realizzazione fu smantellato un intero quartiere, con insulae ed edifici privati regolarmente acquistati e con lo sconvolgimento della viabilità preesistente.

Siano riusciti a datarle, grazie al ritrovamento dell’iscrizione dedicatoria

D(omini) N(ostri) Diocletianus et Maximianus invicti seniores Aug(usti) patres Imp(eratorum) et Caes(arum), et d(omini) n(ostri) Constantius et Maximianus invicti Aug(usti), et Severus et Maximianus nobilissimi Caesares thermas felices Diocletianas, quas Maximianus Aug(ustus) rediens ex Africa sub praesentia maiestatis disposuit ac fieri iussit et Diocletiani Aug(usti) fratris sui nomine consecravit, coemptis aedificiis pro tanti operis magnitudine omni culta perfectas Romanis suis dedicaverunt

ossia in italiano

I nostri signori Diocleziano e Massimiano invitti, Augusti “seniores”, padri degli Imperatori e dei Cesari, e i nostri signori Costanzo e Massimiano invitti Augusti, e Severo e Massimiano nobilissimi Cesari, dedicarono ai loro Romani le terme felici Diocleziane, che Massimiano Augusto al suo ritorno dall’Africa, in presenza della sua maestà decise e ordinò di costruire e consacrò al nome di Diocleziano, suo fratello, acquistati gli edifici ad un’opera di tanta grandezza, e completate sontuosamente in ogni particolare

Iscrizione che cita tutti i Tetrarchi e che ci da delle date precise: Massimiano tornò dall’Africa nell’autunno del 298 e dopo che Diocleziano e Massimiano abdicarono il 1º maggio del 305, ma prima che morisse Costanzo Cloro, il 25 luglio 306. L’edificio era in mattoni, tutti con bolli del periodo dioclezianeo, sebbene all’epoca l’uso dei bolli laterizi fosse declinato: probabilmente venne ripreso proprio per costruire le terme.

L’impianto restò in funzione fino alla metà del VI secolo quando la guerra greco-gotica, come per tutte le altre terme romane, causò gravi danneggiamenti alla città e ai suoi acquedotti, interrompendo l’alimentazione idrica. Dato l’abbandono della zona nel Medievo, le Terme si conservarono decentemente, tanto da essere rappresentate in dettaglio da Palladio.

Le cose cambiarono a metà Cinquecento, quando i suoi spazi furono progressivamente riutilizzato: il primo ad averne responsabilità, fu un buddaci, pardon un messinese, Antonio del Duca, zio del fedele discepolo di Michelangelo, Jacopo del Duca.

Antonio Del Duca sollecitò a lungo la costruzione, a seguito di una visione avuta nell’estate del 1541, quando avrebbe visto una “luce più che neve bianca” che si ergeva dalle Terme di Diocleziano con al centro i sette martiri (Saturnino, Ciriaco, Largo, Smaragdo, Sisinnio, Trasone e Marcello papa); questo lo avrebbe convinto che doveva sorgere un tempio dedicato ai sette Angeli, quindi segnò il nome dei sette angeli sulle colonne all’interno del frigidarium. Così cominciò ad ideare una possibile costruzione della chiesa dedicata ai sette angeli ed ai sette martiri, ma il pontefice Paolo III non sostenne l’idea.

Nel 1543 Antonio del Duca fece realizzare un quadro raffigurante la Madonna fra sette angeli, copia del mosaico della Basilica di San Marco. Il dipinto è attualmente posto al centro dell’abside della Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri. Tuttavia per vedere, seppur brevemente, attuato il sogno della costruzione di quest’ultima basilica, Antonio dovette aspettare a lungo visto che con l’elezione di Giulio III i nipoti del papa realizzarono un recinto di caccia e maneggio per cavalli all’interno delle terme. Tuttavia col pontificato di Marcello II e di Paolo IV cominciarono a verificarsi le condizioni per la realizzazione della basilica. Chiesa che fu poi fortemente modificata dal Vanvitelli, che nel 1749 modificò di 90° l’orientamento aprendo l’attuale ingresso nel calidarium.

Per il Giubileo del 1575 Gregorio XIII utilizzò l’aula ottagona e tre grandi aule fino alla basilica per farne i nuovi magazzini del grano. La scelta ricadde su quest’area perché offriva condizioni climatiche e morfologiche particolarmente vantaggiose: più in alto rispetto all’abitato, al sicuro dalle frequenti inondazioni del Tevere, meno umida e più ventilata, condizioni queste indispensabili per la conservazione del cereale. Il progetto di Ottavio Mascarino fu portato a termine da Martino Longhi il Vecchio: si trattava del primo nucleo dell’Annona Pontificia, che fu successivamente ampliata nel 1609 da Paolo V (Granaio Paolino), nel 1630 da Urbano VIII (Granaio Urbano) e nel 1705 da Clemente XI.

Ricordiamo come nello Stato Pontificio già a partire dal Medioevo, il Papa Re tenevano sotto controllo la produzione cerealicola, emanando una notevole quantità di provvedimenti legislativi. Tre erano le magistrature preposte a questo importantissimo compito di controllo della produzione dei cereali, ma anche di altre derrate alimentari: l’Annona frumentaria, l’Annona olearia ed il Tribunale della Grascia. L’Annona frumentaria si occupava dell’acquisto e della requisizione di ingenti quantitativi di grano che venivano poi conservati nei granai annonari, in previsione di annate di scarso raccolto, ne fissava il prezzo d’acquisto e ne curava la distribuzione e la vendita agli stessi fornai. Gli stessi compiti, ma per il commercio dell’olio, esercitava l’Annona olearia. Il Tribunale della Grascia invece esercitava il suo potere sugli altri commestibili (vino, olio, carne, bestiame ed altre derrate alimentari), requisendoli, fissandone il prezzo, decidendo se proibirne l’esportazione o no.

Con la soppressione dell’Annona nel 1816, per volontà di Pio VII e del suo segretario di Stato cardinal Consalvi, l’edificio fu destinato nei due secoli successivi a vari usi civili: nel 1817 divenne il Deposito della mendicità, nel 1824 Pia Casa d’Industria e di Lavoro, dove i ragazzi poveri potevano imparare un mestiere, poi ospizio per anziani. Nel 1827 vi fu trasferito il carcere femminile di S.Michele a cui si aggiunse, nel 1831, quello maschile. Dopo il 1874 il Comune di Roma fece degli ex-granai gregoriani, dove era il carcere femminile, la sede della Scuola Normale Femminile. Nel 1992 l’edificio divenne la sede della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Roma Tre, mentre oggi è sede della Facoltà di Scienze della Formazione

Tra il 1586 e il 1589 papa Sisto V ordinò per la costruzione della sua villa sull’Esquilino, la demolizione, anche con l’ausilio di esplosivi, resti nella zona del calidarium rapportabili a circa 100000 m³ di materiale. I confini della villa corrispondono al terreno circoscritto dalle moderne Via del Viminale / Viale Enrico Nicola, e Via Marsala (che corre accanto alla stazione di Roma Termini), fino a Porta San Lorenzo e a Via Agostino Depretis. Il papa commissionò i lavori a Domenico Fontana i lavori di costruzione; l’architettro realizzò il palazzo di fronte alla strada, prima chiamato “delle terme” e poi “a termini” per la vicinanza alle Terme di Diocleziano, noto come “Palazzo di Sisto V alle Terme”; l’altro era il palazzo che sorgeva all’angolo della moderna “Via Cavour” con “Via Farini”, noto come “Casino Felice”. Fontana era anche responsabile del paesaggio del giardino: di proporzioni enormi, il giardino era diviso in terrazze e intersecato da viottoli che offrivano splendide viste, alcune fiancheggiate da cipressi. Numerose opere d’arte e più di trenta fontane (alimentate dal nuovo acquedotto Felice) erano distribuite in tutta la proprietà.

Nel 1860, in occasione della costruzione della stazione ferroviaria di Roma, iniziò lo smembramento della villa. La metà della proprietà esisteva ancora alla fine del 1872. In pratica erano rimasti circa 8000 m2, incluso il Palazzo di Sisto V, ma sia questo che il Casinò Felice furono demoliti nel 1887. Dov’era il palazzo principale, fu costruito l’attuale Palazzo Massimo alle Terme e dov’era il Casino Felice c’è il Palazzo Giolitti. Il nuovo rione, chiamato “Castro Pretorio” “, fu istituito il 20 agosto 1921. Di tutte le fontane del giardino, ne sopravvivono quelle del Prigione, ora montata nei pressi di San Pietro in montorio e quella di “Nettuno e Tritone”, del Bernini, fu venduta nel 1786 da Staderini e si trova al Victoria and Albert Museum, a Londra. Tra l’altro, portale d’entrata principale della villa (visibile in un’incisione di Vasi) funge da ingresso a Villa Celimontana.

Tornando alle nostre Terme, nel 1598 un suo spheristerium (sala per i giochi con la palla), gemello di quello diacente alla Casa del passeggero,fu trasformata nella chiesa di San Bernardino alle Terme, affidata ai francesi dell’ordine dei Cistercensi, i Foglianti, per intercessione di Caterina Sforza di Santafiora. Dopo la Rivoluzione francese e lo scioglimento dei Foglianti, l’edificio con l’annesso monastero fu ceduto alla congregazione di Bernardo di Chiaravalle, al quale venne dedicata la chiesa.

Similmente al Pantheon, anche San Bernardo ha una forma cilindrica, con un diametro di 22 m e con una cupola dotata di oculo, la cui decorazione interna ricorda quella della basilica di Massenzio. Una serie di nicchie ricavate nelle pareti è occupata da statue di santi scolpite con gusto affine al Manierismo internazionale da Camillo Mariani. La struttura originale ha visto l’aggiunta della cappella di san Francesco. Il pittore tedesco Johann Friedrich Overbeck, fondatore del movimento dei Nazareni, è sepolto qui.

Nel 1754 Benedetto XIV fece trasformare da Giuseppe Pannini parte degli ambienti adiacenti all’Aula Ottagona nella chiesa di Sant’Isidore alle Terme, sconsacrata e poi demolita nel 1940 per il recupero delle precedenti strutture delle terme di Diocleziano. Nel 1764 infatti papa Clemente XII autorizzò la costruzione di una riserva d’olio che, garantendo l’approvvigionamento per la città, calmierasse i prezzi del prodotto. I pozzi per lo stoccaggio dell’olio furono realizzati proprio nei sotterranei dei granai. Per la conservazione dell’olio era infatti necessario un luogo fresco e con temperatura costante ed i sotterranei gregoriani furono considerati ideali. I lavori per la realizzazione delle olearie papali furono affidati all’architetto Piero Camporesi il Vecchio, il quale fece abbattere antiche ed imponenti strutture delle Terme di Diocleziano e realizzare un gran numero di pilastri per sorreggere i granai superiori. Purtroppo non vi fu alcuna attenzione a preservare l’antico edificio termale: furono smantellati gli antichi sistemi di riscaldamento e lo stesso portale bugnato d’ingresso fu aperto nella muratura del calidarium. I pozzi realizzati furono dieci, posti su due file da cinque, all’interno di un ambiente composto da cinque corridoi con ampie volte a crociera su possenti pilastri. Le bocche delle cisterne, ognuna delle quali poteva contenere 44.000 litri, emergono dal pavimento rialzandosi da esso con una grande vera in travertino.

Nonostante l’intensa urbanizzazione di quel settore della città seguito all’unità d’Italia, la progettazione dei nuovi edifici rispettò le dimensioni e il tracciato della grande esedra d’ingresso, costituendo una vasta quinta scenografica alla nuova via Nazionale che doveva collegare la stazione ferroviaria al centro rinascimentale e barocco. La piazza fu così denominata piazza dell’Esedra, nome ancora frequentemente usato nonostante il cambio in “piazza della Repubblica” avvenuto dopo la guerra e la proclamazione della Repubblica.

Ora le Terme di Diocleziano erano poste in un recinto di 380 x 365 m e ancora nel V secolo Olimpiodoro affermava che contavano 2400 vasche. Il blocco centrale misurava 250 x 180 m e potevano accedere al complesso fino a tremila persone contemporaneamente. Erano alimentate da un ramo dell’Acqua Marcia che partiva da Porta Tiburtina e, con un tragitto ad arcate utilizzato fino al 1879 dall’Acqua Felice, conduceva l’acqua in una cisterna lunga più di 90 m, detta la botte di Termini; fu distrutta nel 1876 per fare spazio alla Stazione Termini, che prese il nome dalle “terme” stesse.

La loro pianta, ovviamente, replicava in grande quella inventata dagli architetti di Nerone: analogamente alle Terme di Traiano, aveva l’esedra semicircolare e il calidarium rettangolare con tre nicchie semicircolari. L’esedra era forse usata forse come teatro, e intervallata da aule rettangolari con colonne, forse biblioteche. Nelle terme si trovavano dopotutto, per ordine imperiale, i libri già nella Biblioteca Ulpia del Foro di Traiano, a quell’epoca semiabbandonato.

Al centro si trovava una grande basilica, dove si incontravano i due assi di simmetria del complesso. Lungo l’asse minore erano allineati i bagni (calidarium, tepidarium e frigidarium), mentre sull’asse maggiore (nord-ovest/sud-est) si trovavano le palestre.

Sul lato nord-orientale di piazza della Repubblica sono ancora visibili i resti di una delle absidi che si aprivano nel calidarium, accanto all’ex Facoltà di Magistero. Un’altra di queste absidi ospita l’ingresso della Basilica di Santa Maria degli Angeli, che è stata ricavata nell’aula centrale delle terme, la “basilica” appunto. La chiesa ingloba anche il tepidarium, subito dopo l’ingresso, composto da una piccola sala circolare con due nicchie quadrate, e due ambienti laterali alla navata centrale; a parte le aggiunte e modifiche di Michelangelo e del Vanvitelli (il pavimento sopraelevato e le nuove colonne in mattoni imitanti il granito), l’aspetto antico dell’interno si è mirabilmente conservato. L’abside sorge dove si trovava la grande piscina rettangolare della natatio. Le tre volte a crociera superstiti del transetto della basilica, sorrette da otto enormi colonne monolitiche in granito, forniscono ancor oggi uno dei pochi esempi dell’originale splendore degli edifici romani.

Un’altra parte del complesso fa oggi parte del Museo delle Terme: qui si trovano gli ambienti del lato nord-orientale tra la basilica e la palestra, che anticamente era un cortile colonnato oggi quasi completamente scomparso. Qui si vede anche una parte superstite della natatio, con gli elementi decorativi delle pareti, come le mensole che sostenevano colonnine pensili, elemento tipico dell’architettura dioclezianea presente anche nel suo palazzo di Spalato. L’angolo dell’edificio conserva una grande sala ovale (probabilmente l’apodyterium, lo spogliatoio) e una rettangolare (l’atrio). Questo gruppo di ambienti doveva avere i corrispettivi simmetrici sull’altro lato, ma oggi sono completamente scomparsi sotto via Cernaia e via Parigi. Dal giardino del museo si può ammirare un tratto della facciata, mentre dall’altro lato del giardino si vedono le due esedre che appartenevano all’angolo nord-orientale del recinto, abbastanza ben conservate, dove forse si tenevano le conferenze e letture pubbliche (auditoria): una mantiene anche l’originario pavimento mosaicato.

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