La Guerra Vandalica Parte II

Per calmare i malumori della corte e ridurre i rischi di fallimento della spedizione di Belisario, sempre presenti, visti i precedenti, Giustiniano si dedico a un’intensa attività diplomatica, fomentando rivolte contro Gelimero, che come suo solito, ci mise del suo. Invece di trovare un modo di rafforzare la sua legittimità, da una parte, tornò a perseguitare la popolazione romana, dall’altra, cominciò a litigare con i suoi sostenitori all’interno dell’aristocrazia vandala, confiscandone le proprietà e giustiziando molti di essi. Questo accentuò le tendenze centrifughe del regno, che, come accennato nello scorso, per la concentrazione della popolazione germanica a Cartagine, erano intrinsechi nella sua struttura e organizzazione.

Così, con il supporto di Costantinopoli, in Tripolitania i romani si ribellarono in massa, sotto la guida di un certo Pudenzio. In Sardegna, poi emerse un moto secessionista, nella primavera del 533, guidato proprio da Goda, il governatore dell’Isola recentemente designato da Gelimero, che si autoproclamò “Rex” e cominciò a coniare monete proprie in bronzo, tra cui una raffigurante sul dritto il suo busto, con la legenda “Cuda” e nel rovescio l’effigie del Sardus Pater, il dio eponimo dei Sardi nuragici venerato presso il tempio di Antas, il Sardopatòros ieròn ricordato dal geografo Tolomeo e situato nella Sardegna meridionale (Sulcis-Iglesiente) a circa 10 chilometri a sud del paese di Fluminimaggiore.

Ora, a Gilimero, essendo la provincia prostrata dalla crisi economica, dovuta al cambiamento climatico che aveva ridotto drasticamente la produttività agricola e al crollo delle esportazioni verso Roma e Costantinopoli, e dalle continue incursione maure, della Tripolitania importava ben poco: se volevano starsene per conto loro, tanto meglio, meno problemi per Cartagine. Ben diversa la questione Sardegna.

Ai tempi dei Vandali, l’amministrazione non era molto differente da quella tardo imperiale. La Sardegna era retta da un governatore detto praeses, scelto fra gli uomini di fiducia della famiglia reale vandala e residente a Caralis, la nostra Cagliari, che aveva sia funzioni civili che militari; egli era assistito da una moltitudine di funzionari ausiliari fra cui i procuratores (procuratori), addetti alla riscossione dei tributi, e i conductores (conduttori), economi dei possedimenti reali.

Il territorio isolano fu suddiviso in vari cleroi (lotti) che furono assegnati in parte alla corona e in parte ai guerrieri. I proprietari terrieri sardo-romani riuscirono in alcuni casi a conservare i propri latifondi in cambio del pagamento di tasse molto salate. La Barbagia, il territorio montano centro-orientale dell’Isola, rimase invece un ducato semi-indipendente così come era avvenuto nel precedente periodo romano e poi anche nella prima parte di quello successivo bizantino.

Dal punto di vista ecclesiastico, le diocesi sarde del periodo romano di Caralis (Cagliari), Forum Traiani (Fordongianus), Sulci (Sulci), Turris (Porto Torres) e Sanafer (forse Cornus, nei pressi della nostra Cuglieri) rimasero operative anche sotto i vandali. La chiesa sarda non fu perseguitata e non venne costretta all’Arianesimo,mentre furono puniti con il confino nell’isola i vescovi cattolici africani nei momenti di più dura contrapposizione tra gli stessi cattolici e i Vandali, di religione ariana. Questo fatto ebbe per la Sardegna conseguenze perfino positive, perché gli esuli ne arricchirono, durante la loro presenza, la vita culturale e religiosa, provocando ad esempio la diffusione del monachesimo.

Nell’isola arrivarono insigni rappresentanti del clero cattolico africano, in cui eccelleva il vescovo di Ruspe Fulgenzio; alla sua opera si deve un’intensa attività edilizia e una grande vitalità culturale e religiosa; a Cara/es, dove giunse, fondò presso uno dei più importanti santuari sardi, quello di San Saturno, un monastero che diventò presto un importante centro di cultura, sede di uno scriptorium. Altro esiliato famoso fu e Feliciano, vescovo di Ippona, che portò con sé le reliquie di Sant’Agostino.

Non tutto il territorio isolano era dunque controllato dalla Chiesa, ma solamente le regioni costiere e una piccola porzione di territori interni presso Forum Traiani. Sebbene l’opera di cristianizzazione fosse ormai avviata, evidentemente non tutti gli strati della popolazione, e soprattutto non tutte le aree dell’isola, avevano conosciuto la nuova religione. Ad ogni modo, la Chiesa sarda rimase sempre fedele alla sede romana.

Dal punto di vista economico, I paesaggi sardi continuavano ad essere caratterizzati dall’intensa produzione cerealicola e dalle strutture ad essa legate, le grandi villa e rustiche dove presumibilmente abitavano ancora ricchi proprietari terrieri appartenenti alle aristocrazie urbane. Non dovevano mancare colture alternative, mentre nelle regioni interne, aspre e montuose, si perpetuava un’economia prevalentemente pastorale.
I commerci erano vivaci. Il flusso maggiore riguardava le merci che provenivano dal Nord Africa , come testimoniano le anfore olearie e le ceramiche fini da mensa. Dalla Spagna giungevano conserve di pesce e nelle mense si consumava vino orientale, prodotto prevalentemente nelle isole delI”Egeo e lungo le coste della Turchia. Questo rendeva la Sardegna tra le principali fonti di entrate fiscali dello stato vandalo; inoltre, Il possesso della Sardegna garantiva ai Vandali la sicurezza sulle rotte commerciali marittime tra Africa settentrionale e il resto del Mediterraneo e l’isola stessa, limes marittimo del regno vandalo, assumeva un importante ruolo strategico. Per cui, per Gelimero, era di fondamentale importanza recuperare il controllo dell’isola.

Goda, per non fare una brutta fine, batté cosi cassa a Costantinopoli, che inviò Cirillo, uno dei comandanti dei foederati, con 400 uomini. Al contempo, Gelimero reagì alla rivolta di Goda inviando la maggior parte della sua flotta, 120 dei suoi migliori vascelli, e 5.000 uomini sotto il comando di suo fratello Tzazon per reprimerla. La decisione del re vandalo giocò un ruolo cruciale nell’esito finale della guerra, facendo il gioco di Giustiniano, in quanto, con la potente flotta vandalica (insieme a parte dell’esercito) impegnata altrove a reprimere la rivolta in Sardegna, lo sbarco dei Romani in Africa poté procedere senza ostacoli.

Al contempo, entrambi i re cercarono di procurarsi degli alleati: Gelimero contattò il re dei Visigoti Theudis, lo zio di Totila (r. 531–548) proponendogli un’alleanza, che però poco poté fare, data la marea di problemi che aveva con i Franchi, che avevano cominciato a fare uno sproposito di scorrerie nel nord della Spagna.

Giustiniano, invece, si assicurò la benevolente neutralità e sostegno del Regno ostrogoto d’Italia, il quale aveva relazioni di inimicizia con i Vandali a causa del maltrattamento ad opera dei Vandali della principessa ostrogota Amalafrida, moglie di Trasamundo. La corte ostrogota accettò prontamente di consentire alla flotta di invasione romana di adoperare il porto di Siracusa in Sicilia e stabilire un mercato per l’approvvigionamento delle truppe romane in quel luogo. Di fatto, a Ravenna applicarono il principio del nutrire un coccodrillo nella speranza di essere divorata per ultima, ignorando il fatto che eliminati i Vandali, gli ostrogoti sarebbero stati l’obiettivo successivo di Costantinopoli

Secondo Procopio, l’esercito consisteva in 10.000 fanti, in parte presi dall’esercito di campo (comitatenses) e in parte tra i foederati, e da 5.000 cavalieri. Vi erano inoltre circa 1.500–2.000 dei soldati privati di Belisario (bucellarii), un reggimento d’élite (che potrebbe essere stato incluso nel totale di Procopio per la cavalleria). In aggiunta, presero parte alla spedizione anche due corpi di truppe alleate, con arcieri a cavallo, 600 Unni e 400 Eruli.

Comandante in capo, era Belisario, come sempre accompagnato dalla moglie Antonina; suoi diretti collaboratori Doroteo, l’eunuco Salomone. e l’ex prefetto del pretorio Archelao, al quale fu affidato il compito di provvedere all’approvvigionamento dell’esercito. Gli altri ufficiali superiori, debitamente elencati da Procopio, erano tutti Traci con l’unica eccezione di Aigano, il comandante della cavalleria, che era Unno. Si trattava, dunque, per la maggior parte di « compaesani » di Giustiniano, uomini che egli conosceva, capiva e di cui poteva fidarsi

L’intera armata fu trasportata su 500 vascelli contenenti 30.000 marinai sotto la guida dell’ammiraglio Calonimo di Alessandria, sorvegliata da 92 dromoni. Secondo la storiografia tradizionale, la forza della spedizione era piccola in numeri, specialmente considerata la reputazione militare dei Vandali, e che forse riflette i limiti della capienza di trasporto della flotta, oppure potrebbe essere stata una mossa intenzionale per limitare l’impatto di una eventuale sconfitta. Ian Hughes, tuttavia, commenta che, persino in confronto con gli eserciti dell’Alto Impero romano, l’esercito di Belisario era “una forza grande e ben equilibrata in grado di sconfiggere i Vandali e che potrebbe aver contenuto una proporzione maggiore di alta qualità, truppe affidabili provenienti dagli eserciti stazionati in oriente”.

Per quanto riguarda i Vandali, la situazione del loro esercito non è altrettanto chiara. L’esercito vandalico, a differenza di quello dell’Impero d’Oriente, non era né professionale né per lo più composto da volontari, ma comprendeva al contrario ogni maschio idoneo al combattimento del popolo vandalico. Per cui le stime moderne delle forze a disposizione dei Vandali variano in funzione delle stime sulla popolazione totale vandalica, da un picco di 30.000–40.000 uomini su un totale di popolazione vandalica stimato sulle 200.000 persone (Diehl e Bury), a un minimo di 25.000 uomini—o persino 20.000, se vengono tenute in considerazione le loro sconfitte contro i Mauri—per una stima della popolazione di 100.000 abitanti (Hughes). Malgrado la loro reputazione, i Vandali erano diventati man mano meno bellicosi, giungendo a condurre una vita lussuosa tra le ricchezze dell’Africa. Inoltre, il loro stile di combattimento era poco adatto per confrontarsi con i veterani di Belisario: l’esercito vandalico era composto esclusivamente di cavalieri, con armatura alla leggera e armati esclusivamente per il combattimento corpo a corpo al punto da trascurare interamente l’uso di archi o giavellotti, in netto contrasto ai catafratti con armature pesanti e agli arcieri a cavallo di Belisario. I Vandali furono inoltre indeboliti dall’ostilità dei suoi sudditi romani, dall’esistenza presso i Vandali di una fazione fedele a Ilderico, e dalla posizione ambivalente delle tribù dei Mauri.

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