Chi cavalca la tigre…

Tigre

Interrompo le mie descrizioni di Palermo, per parlare un attimo di cosa diavolo sta succedendo in Medio Oriente: opinioni che ovviamente lasciano il tempo che trovano, perché in quell’area, le analisi, per quanto dettagliate e complesse, hanno sempre la brutta abitudine di essere surclassate dai fatti

Qassem Soleimani, come figura, è assai diverso da come è descritto da Salvini nei suoi tweet: pur formalmente ligio ai dettami della Repubblica Islamica, altrimenti non avrebbe potuto fare carriera, era in realtà assai vicini all’ala nazionalista del governo iraniano, che, abbastanza cinicamente, sfrutta lo strumento religioso per realizzare obiettivi geopolitici, l’espansione verso la valle dell’Indo e verso il Mediterraneo, che vuoi o non vuoi, risalgono ai tempi degli Achemenidi.

Per far questo, pur sviluppando un notevole culto della personalità, ha cercato di lavorare nell’ombra nella complessa politica interna di Teheran, che non ha nulla a che invidiare a quella italiana, rafforzando sia i legami con l’Abadgaran,l’alleanza dei partiti conservatori islamici, sia con il complesso industrial militare che è espressione dei Guardiani della Rivoluzione.

Nelle ultime settimane, valutando la posizione di Trump indebolita per le difficoltà interne, Soleimani ha tentato l’azzardo, alzando il livello dello scontro in Iraq, per affrettare il ritiro americano e rafforzare la fazione filoiraniana di Baghdad.

Tutto è cominciato il 27 dicembre 2019, quando il lancio di alcuni razzi contro una base militare irachena vicino a Kirkuk, nel nord del paese, aveva ucciso un contractor statunitense e ferito diversi militari sia statunitensi che iracheni. Il governo americano aveva accusato dell’attacco Kataib Hezbollah, milizia irachena molto legata all’Iran e già sanzionata dal governo statunitense per avere partecipato alla violenta repressione contro le manifestazioni antigovernative (e anti-iraniane) che si tengono in Iraq da diverse settimane. Gli Stati Uniti avevano deciso di rispondere all’attacco: avevano bombardato cinque siti controllati dalla milizia, sia in Iraq che in Siria, uccidendo più di venti persone.

Soleimani, invece di finirla lì, ha deciso di alzare ulteriormente l’asticella dello scontro: il 1 gennaio, su suo ordine, migliaia di manifestanti, sostenitori e membri delle milizie iraniane presenti in Iraq sono entrati nella Zona Verde, in teoria la più sorvegliata di Baghdad, hanno assediato il complesso che ospita l’ambasciata statunitense in Iraq e hanno dato fuoco a uno dei suoi edifici, quello che funge da reception. Invece di reagire e prendere le difese degli Stati Uniti, paese alleato, il governo iracheno è rimasto a guardare, di fatto lasciando che le proteste andassero avanti.

Grazie al rapido arrivo dei rinforzi americani, si è evitata la replica sia dell’assalto all’ambasciata americana in Iran nel 1979 (che diede inizio alla cosiddetta “crisi degli ostaggi”), si di quello al consolato americano a Bengasi, Libia, nel settembre 2012, in cui fu ucciso l’ambasciatore statunitense Christopher Stevens.

Nonostante questo, Soleimani si poteva ritenere soddisfatto: aveva di fatto affermato la sovranità sciita sulla Zona Verde, facendo sentire gli americani ospiti indesiderati e imposto la sua volontà al il primo ministro iracheno Adil Abdul Mahdi, che, in cambio della fine dell’assalto, avrebbe promesso una legge per forzare i militari statunitensi a ritirarsi dall’Iraq.

Il problema è che Soleimani non aveva tenuto conto di due cose: la prima, che Trump non aveva nessuna voglia di fare la fine di Carter e anzi, aveva la necessità di distrarre con un’escalation esterna l’opinione pubblica americana dai suoi problemi giudiziari. La seconda, cosa che continua a essere presa sottogamba dai vertici iraniani e che a Teheran sembra esistere una sorta di ammiraglio Canaris, che sta facendo il doppio gioco con USA e Israele.

Per cui, per Trump è stato abbastanza semplice ordinare la sua eliminazione e cosa più importante, portarla a buon fine. Azione che dal punto di vista tattico e strategico ha messo in braghe di tela Teheran.

Dal punto di vista tattico, visto che il suo successore a capo Nīrū-ye Qods, Esmail Qaani, è tutto fegato e niente cervello, con il carisma di uno stoccafisso e la visione strategica di una zucca. A differenza di Soleimani, Qaani è una marionetta nelle mani di Ali Khamenei e dell’alquanto corrotto apparato militare industriale, il che implica che, la visione realistica dei rapporti di forza sarà sostituita da una politica velleitaria, che renderà overstretched le limitate forze militari iraniane e drenerà risorse dalla sua malridotta economia.

A questo aggiungiamo la brutta abitudine di Qaani di aprire bocca e metterci fiato, cosa che getterà benzina sul fuoco nella già poco tranquilla politica interna della Repubblica Islamica.

Dal punto di vista strategico, Trump ha posto Teheran davanti a un bivio: se alza la voce e non fa nulla, perde credibilità nei confronti degli alleati, se invece reagisce, non è oggettivamente in grado di sostenere un escalation militare di lungo periodo. Per cui, spera Trump, l’unico modo che ha l’Iran di uscire dal vicolo cieco è sedersi sul tavolo delle trattative e sembra che in queste ore, qualche proposta in tal senso sia stata fatta…

Escalation quella della crisi iraniana che aumenterebbe i prezzi del petrolio, cosa che avrebbe limitati impatti negli USA, provocherebbe diverse grane agli europei, ma che metterebbe in seria difficoltà Pechino, che è uno dei massimi importatori del greggio iraniano.

Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Geng Shuang ha infatti dichiarato:

“Esortiamo tutte le parti interessate, in particolare gli Stati Uniti, a mantenere la calma e la moderazione e a evitare l’ulteriore escalation della tensione. La sovranità e l’integrità territoriale dell’Iraq dovrebbero essere rispettate e la pace e la stabilità nella regione del Golfo del Medio Oriente dovrebbero essere mantenute.”

Per cui, senza la protezione della Cina, difficilmente a Teheran, si faccia qualcosa di più dell’abbaiare..

4 pensieri su “Chi cavalca la tigre…

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