Santa Maria in Tempulo

Santa-Maria-Tempulo

Qualche mio amico e conoscente, negli ultimi anni, si è sposato civilmente nella chiesa sconsacrata di Santa Maria in Tempulo, alle pendici del Celio, attratto dalla bellezza del luogo e dal fatto che, rispetto al Campidoglio, offre un minimo in più di riservatezza.

Tuttavia, molti di loro ignorano la lunga e affascinante storia di questo luogo, a cominciare dall’indirizzo. Via Valle delle Camene è una strada che ripercorre l’antico tracciato iniziale della via Appia e il suo nome ricorda quattro dee arcaiche dell’Antica Roma: Egeria, Carmenta, Antevorta e Postvorta.

Egeria, l’amante e consigliera del rex, ricordiamo le tante leggende che la legano a Numa Pompilio, il cui nome richiama ager (la terra da coltivare) e agger (il terrapieno di difesa), era forse la personificazione arcaica della Città e simbolo della concordia, probabilmente sempre auspicata e poco messa in pratica, tra le gens latine e sabine e del buonsenso ed equità nel governare.

Antevorta (=che guarda avanti) e Postvorta (=che guarda indietro) erano in origine le dee della preveggenza e della memoria, trasformate, in tempi molto antichi, nelle protettrici del parto,invocate perché il feto si presentasse nella giusta posizione (con la testa in avanti), e fosse salvato se si presentasse al contrario

Carmenta, l’ultima delle Camene, da cui si faceva derivare il termine “carmen”, (=canto, racconto epico, poesia), rilevò il ruolo oracolare di Antevorta e Postvorta, per poi trasformarsi progressivamente, nell’equivalente romano delle Muse greche, come mostra l’incipit della traduzione romana dell’Odissea, scritta da Livio Andronico

Virum mihi, Camena, insece versutum

ossia il nostro

Cantami, o Musa, di quell’uom dal multiforme ingegno

Le Camene erano venerate anche come l’inventrici dell’alfabeto latino. Il loro sacello, in cui era proibito indossare abiti ed oggetti di pelle, era proprio accanto alla nostra Santa Maria in Tempulo. Iconograficamente erano rappresentate con una corona di fave ai capelli e con un’arpa a simboleggiare le capacità profetiche. Al culto di Carmenta era preposto il flamine carmentale ed in suo onore, l’11 gennaio, si festeggiavano i Carmentalia con offerte di latte e acqua; in tale occasione, le Vestali venivano ad attingere l’acqua per i loro riti da una fonte sacra, posta al centro dell’Area Apollinis, un’ampia piazza porticata.

A questa festa, successivamente, si aggiunse il 15 gennaio come secondo giorno di festa voluto dalle matrone romane per onorare la dea che le aveva favorite nella loro battaglia contro il Senato che aveva proibito loro l’uso delle carrozze. Per non essere costrette a casa o ad estenuanti camminate, le donne si coalizzarono negando ai propri mariti il piacere dei sensi finché le agitazioni e le proteste costrinsero il Senato a tornare sulle sue decisioni.

Nel II secolo a.C. il loro sacello, colpito da un fulmine e quindi reso nefas, fu inizialmente ricoverato nel tempio di Onore e Virtù, poco distante, fu trasportato all’interno dell’adiacente complesso del tempio di Ercole delle Muse (Aedes Herculis Musarum), costruito nel 187 a.C. da M.Fulvio Nobiliore dopo il suo trionfo sugli Etoli, ed ornato con opere d’arte (come le statue di Ercole e delle Muse) prese come bottino di guerra nella città di Ambracia. Il Tempio di Ercole era circolare, con un pronao tetrastilo. Sorgeva su un alto podio esteso sia a nord del tempio, dove formava un’esedra, che a sud dove inquadrava una tholos dedicata proprio alle Camene.

L’area, nella Tarda Antichità, fu progressivamente abbandonata, finché, alla fine del VI secolo, quando una comunità religiosa basiliana di lingua greca, di probabile provenienza palermitana, secondo la tradizione Panormos era la città di origine della madre di papa Gregorio I, si installò tra i resti dell’Area Apollinis, costruendo un primo oratorio dedicato a sant’Agata.

Il primitivo oratorio svolgeva probabilmente funzione di diaconia: trovandosi infatti giusto a ridosso della via Appia, ben si prestava all’accoglienza dei pellegrini provenienti da sud e dall’Oriente. Nell’ 846 l’oratorio fu coinvolto nel saccheggio dei saraceni, ma ciò non fermò la fortuna del monastero: nel 905 papa Sergio III emanò una bolla in cui conferma al conferma al Monasterium Tempuli delle proprietà sulla via Laurentina, a patto che le monache recitassero cento volte al giorno il Kyrie Eleison e il Kristi Eleison.

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Nel frattempo, la chiesa divenne uno dei primi santuari mariani di Roma per un’icona bizantina che rappresentava la Madonna, donata da un monaco in fuga da Costantinopoli, a causa delle disputa iconoclastica. Icona che all’epoca fu considerata un’icona miracolosa perché si diceva impallidisse nei giorni della Passione, ma soprattutto perché acheropita, ovvero non dipinta da mani umane ma calco del corpo di Maria quando ancora in vita si appoggiò ad una colonna della chiesa eretta in suo onore a Lydda.

In realtà, ha probabilmente un ruolo importantissimo nella Storia dell’Arte: il soggetto, la Vergine Haghiosoritissa, ossia la Madonna Orante, rappresentata mentre prega con le mani giunte o con le braccia alzate, lo stile e le caratteristiche del supporto e dei colori ha portato in anni recenti diversi bizantinisti a identificarla con l’icona conservata sull’altare maggiore della basilica costantinopolitana della Theotokos Chalkoprateia, fatta erigere da Teodosio II, il più importante santuario mariano della città assieme a quello delle Blacherne, che sorgeva nell’antico quartiere giudaico dei lavoratori del rame, a pochi passi dalla Santa Sofia – una vicinanza tale che permetteva ad entrambe di essere servite dallo stesso clero.

Sappiamo dalle fonti storiche dell’epoca, che, per salvarla dalla furia del basileus Leone III Isaurico, fu portata di nascosto a Roma; con il tempo se ne erano però perse le tracce. Secondo una leggenda del secolo XI, sempre papa Sergio III tentò di portarla in Laterano, in cambio della tenuta su via Laurentina, ma l’icona miracolosamente sarebbe tornata da sola nel Monastero.

Nel 977 è documentata per la prima volta la denominazione di monasterium Sanctae Mariae qui vocatur Tempuli, mentre bisogna attendere sino al 1155 perché compaia ufficialmente anche una ecclesia S. Mariae in Tempuli; il titolo di chiesa pubblica, in sostituzione di oratorio (che comunemente indica una chiesa privata), è sintomo di un rinnovamento non solo edilizio ma anche del ruolo svolto dall’insediamento religioso nella zona. Tale rinnovamento si data tra il 1035 e il 1155, sulla base dei documenti e delle murature. Nel campanile, di cui sopravvivono soltanto due lati inglobati nella muratura dell’edificio, mostra resti di muratura stilata a falsa cortina, che si data alla fine dell’XI secolo. Il monastero in questo periodo risulta avere molte proprietà; tra XI e XII secolo dobbiamo collocare il suo periodo di massimo splendore.

Come raccontato la scorsa settimana, le cose cambiarono con l’arrivo di San Domenico a Roma, tanto che il 25 aprile del 1221 Onorio III con una bolla soppresse definitivamente la comunità di Santa Maria in Tempulo, affinché le sue monache si trasferissero a San Sisto Vecchio, dove rimasero per 356 anni, sino al trasferimento a via Magnanapoli. Nel 1931, le monache si trasferirono a Monte Mario, portando con loro l’icona, conservata nell’Oratorio del Rosario, in via Alberto Cadlolo, 51.

Con l’allontanamento delle monache dal monastero di Santa Maria in Tempulo termina la fase religiosa di questo complesso che subì l’ultimo colpo di grazia nel giugno del 1312, quando le truppe dell’imperatore Enrico VII di Lussemburgo lo saccheggiarono: non a caso, nel Catalogo di Torino del 1320 la chiesa di Santa Maria in Tempulo è infatti ricordata come distrutta e senza più occupanti.

Nella seconda metà del sec. XVI, Filippo Buocompagni, cardinale di San Sisto, progetta di elevare sulle rovine di Santa Maria in Tempulo una grande chiesa sui cui muri dovevano essere dipinti i miracoli attribuiti all’icona della Madonna; ma tale progetto non andò in porto; intorno al 1570, un privato rilevò i resti della chiesa, trasformandola in una villa suburbana tanto che, nella pianta del Tempesta del 1593 sul sito del monastero compare una costruzione con logge nascosta tra gli alberi.

Le cose cambiarono ulteriormente a fine secolo: tra il 1581 e il 1586 Ciriaco Mattei aveva deciso di rinnovare la vigna sul Celio venuta in dote alla moglie, servendosi di Giacomo del Duca, allievo del Michelangelo, e di altri architetti. Il progetto comportò la costruzione di un edificio e la sistemazione di un parco dotato di ricchissimi arredi, secondo il gusto dell’epoca. E fu probabilmente proprio all’inizio del Seicento, nel quadro dei lavori promossi dai Mattei, che la chiesa (o, per meglio dire, l’abitazione sorta sui suoi ruderi) fu annessa nelle loro proprietà e trasformata in un ninfeo, che, però, fu presto abbandonato.

Negli appunti del Nolli del 1739, propedeutici alla stesura della sua pianta, l’edificio appare descritto come un malmesso fienile: solo nel 1927 lo Hülsen vi riconobbe quanto rimaneva dell’antico e glorioso monastero. Fu forse questo il motivo per cui nel 1935 (quando iniziarono i lavori per l’apertura della Passeggiata Archeologica) l’edificio si salvò, invece di essere demolito come altre preesistenze medievali della zona. Anzi, in tale occasione l’edificio fu consolidato con contrafforti sui lati sul fronte nord‐ovest; furono inoltre chiuse le aperture del fienile, furono eretti due muri interni con arcata ogivale e fu aperto un lucernario sul tetto.

In seguito a tale restauro, fu data in uso gratuito per uso artistico; ospitò infatti lo studio degli scultori Michele La Spina, Francesco Sansone e Ugo Quaglieri fino al 1985. Dopo una decina d’anni di abbandono, fu fatte restaurare dal sindaco Francesco Rutelli, diventando così una delle sedi di celebrazione dei matrimoni civili.

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