Goethe a Palermo (Parte IV)

Leggendo Goethe, è interessante notare come i gusti artistici di Goethe siano molto diversi da quelli di noi contemporanei: lo abbiamo visto con Villa Palagonia o con la sufficienza con cui tratta le splendida chiese barocche di Palermo, con i loro marmi mischi.

E questa differenza è accentuata nei non detti: Goethe non fa ad esempio un minimo accenno agli oratori del Serpotta, oppure ai monumenti arabo normanni…

Un turista d’oggi, andando a Monreale, si sarebbe concentrato sul Duomo normanno, non certo sull’abbazia benedettina San Martino delle Scale, luogo di certo bellissimo, ma assai meno noto al grande pubblico. Oppure, visitando il Palazzo dei Normanni, non avrebbe certo taciuto sulla Cappella Palatina o sui mosaici della sala di re Ruggero

Palermo, martedì 10 aprile 1787.

Oggi, salendo il monte, siamo stati a Monreale. La strada, costruita da un abate di quel monastero, ricchissimo un tempo, è stupenda, comodissima al salire, fiancheggiata qua e là da piante, e particolarmente da varie fonti, ornate nel gusto di quelle del principe di Palagonia, vale a dire quasi barocco ed a casaccio, ma che però porgono agio a rinfrescarsi agli uomini, ed agli animali.

Il monastero di S Martino, il quale sorge sur un altura, si è edificio di bello aspetto. E raro che un solo celibatario possa fare qualcosa di ragionevole, e ne porge un esempio il principe di Palagonia; molti celibatari invece, riuniti assieme, produssero spesse volte opere ragguardevoli, e ne fanno testimonianza i conventi e le chiese.

Le comunità religiose poi fecero più che tutte le altre, perché più di qualunque altro padre di famiglia, furono certe di avere posterità smisurata.

I monaci ci fecero vedere le loro collezioni.Posseggono oggetti pregevoli di antichità, e di storia naturale. Ci andò sopratutto a genio una medaglia, la quale rappresenta la figura di una giovane Divinità. I buoni padri non avrebbero frapposta difficoltà a che ne cavassimo un impronta, se non che difettava colassù tutto quanto sarebbe stato necessario, per potere precedere a quell’operazione.

Dopo averci fatto vedere ogni cosa, non senza lamentare la differenze fra le loro condizioni attuali e quelle dei tempi trascorsi, ci portarono in un grazioso salotto, dal cui balcone si godeva una vista magnifica; trovammo ivi apparecchiata la tavola per entrambi, e ci fu servito un ottimo pranzo Appena furono portate in tavola le frutta, entrò l’abate, accompagnato dal decano de’ suoi monaci, e si trattennero con noi una buona mezz’ora, indirizzandoci varie domande, alle quali procurammo dare risposta, nel modo che meglio valesse a soddisfarli. Ci separammo buonissimi amici. I monaci più giovani ci accompagnarono ancora una volta nella stanza dove stavano le collezioni, quindi alla carrozza, e tornammo a casa ben altrimenti soddisfatti che ieri. Oggi dovemmo lamentare bensì la decadenza di un istituto grandioso, mentre ieri dovemmo osservare in tutta la sua freschezza, il trionfo del gusto il più corrotto.

La strada da S. Martino scende fra monti di roccia calcare, la quale si fa cuocere, e la calce riesce bianchissima. Per alimentare le fornaci, si valgono di una specie di erba incolta, alta e dura, la quale si fa seccare, e si riduce a fascine. Fino sulle maggiori alture si scorge a fiore di terra argilla rossa, la quale forma il terriccio, e diventa tanto più rossa quanto più si sale in alto, e la vegetazione vi è più scarsa. Osservai in lontananza una caverna, rossa quasi, quanto cinabro. Il monastero poi sorge in mezzo a monti calcari, dove abbondano le sorgenti, ed i terreni attorno a quello, sono ben coltivati.

Palermo, mercoledì 11 aprile 1787.

Dopo avere ora visitati i due punti principali all’esterno della città, ci portammo al palazzo reale, dove uno staffiere affaccendato, ci fece vedere tutte le stanze, e quanto in esse si contiene. Con nostro grave dispiacere trovammo in gran disordine la sala dove si conservano gli oggetti antichi, imperocchè si stava lavorando a rinnovarne la decorazione architettonica. Le statue erano state tolte dai loro piedistalli; si trovavano coperte da tele, nascoste dai ponti, in guisa che,ad onta di tutto il buon volere della nostra guida, e degli sforzi degli operai, non ne abbiamo potuto prendere idea, se non molto imperfetta. Mi stavano a cuore più di ogni altra cosa i due arieti in bronzo, i quali, veduti anche in quelle sfavorevoli condizioni, valgono a soddisfare grandemente il senso artistico. Sono rappresentati coricati, con una zampa stesa in avanti, e con il capo rivolto in diversa direzione per dovere stare l’uno di fronte all’altro. Sono due figure possenti della famiglia mitologica, degne di portare Friso ed Elle. La lana non è punto corta e crespa, ma lunga, liscia, che ricade lungo il corpo; ed il tutto, eseguito con grande verità ed eleganza, appartiene fuor di dubbio ai tempi migliori dell’arte greca. Vuolsi che quei due animali si trovassero nel porto di Siracusa.

Di là ci portò la nostra guida a visitare le catacombe al di fuori della città, le quali sono disposte in ordine architettonico, e non sono già cave di pietre abbandonate, e ridotte ad uso di sepolture. Scorgonsi volte, aperte nelle pareti verticali di un tufo abbastanza compatto, ed in quello si praticarono nicchie per le sepolture, scavate tutte nel vivo, senz’opera alcuna di muratura. Le nicchie più in alto sono più ristrette, e negli spazi sopra i pilastri, si praticarono le tombe per i ragazzi.

Palermo, giovedi 12 aprile 1787.

Oggi ci portarono a vedere la raccolta di medaglie del principe di Torremuzza, e per dir vero vi andai poco volentieri. Io non m’intendo gran fatto di questo ramo, ed un viaggiatore mosso puramente dalla curiosità, non può a meno di riuscire molesto ad un raccoglitore colto ed appassionato. Ma dal momento che facciamo questa vita, mi convenne piegarmi a quanto essa oggi richiedeva, e ne ricavai non solo piacere, ma ancora qualche istruzione; imparando se non altro, come il mondo antico fosse popolato di città, fra le quali, anche le più piccole, lasciarono ricordo delle varie epoche della loro esistenza, se non in una serie di opere di arti, in monete preziose. Da quelle vetrine spira un’aura primaverile di fiori e di frutti dell’arte, la quale richiama al pensiero un’epoca splendida, scomparsa per sempre. La magnificenza, ora totalmente sparita, delle antiche città della Sicilia, risorge all’aspetto di quei dischi incisi di metallo, in tutta la sua freschezza primitiva.

Sgraziatamente nella nostra gioventù non abbiamo vi sto altro fuorché le monete delle famiglie regnanti, le quali non dicono nulla, non che quelle degli imperatori, le quali ripetono a sazietà lo stesso profilo, immagini di regnanti, le quali non si possono considerare altrimenti, fuorché quali tipi della razza umana. La Sicilia e la nuova Grecia, mi fanno sperare il risorgimento di tempi migliori.

Dal momento che io mi diffondo in considerazioni vaghe e generali su questo argomento, potrete dedurre, che finora io ne so propriamente poco; se non che, anche questo verrà, poco per volta, e con il tempo.

2 pensieri su “Goethe a Palermo (Parte IV)

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