Catacombe di Pretestato

Poco note al grande pubblico, sono le catacombe di Pretestato sull’Appia Pignatelli, al cui complesso appartenevano i sepolcri dei Cercennii e dei Calventii; come molte aree sepolcrali della zona, in origine, il complesso era pagano e dedicato alla famiglia imperiale e all’aristocrazia. A riprova di questa fase, vi sono una serie di importantissimi reperti, conservati nel quadriportico adiacente alla catacomba, tra cui spicca il Sarcofago dell’imperatore Balbino decorato con scene della sua vita, come il matrimonio o il sacrificio di ringraziamento per l’ascesa al trono, con Balbino che veste la corazza ed è accompagnato dalle figure di Marte, di Roma e dell’Abbondanza ed è incoronato dalla Vittoria, mentre sul coperchio vi sono i busti imperatore stesso e di sua moglie.

Vi è una particolarità, mentre la figura dell’imperatore sulla cassa è quasi divinizzata o perlomeno rappresentata come eroica, quella sul coperchio è realistica, più quotidiana e di età non più giovanile. Interessante è anche un’edicola funeraria a tempietto del I secolo d.C., su cui sono raffigurati, in marmo, gli strumenti usati dall’architetto o un sarcofago, della metà del II secolo d.C., su cui è raffigurato, in altorilievo, il mito e il viaggio degli Argonauti. Del III secolo d.C., è il sarcofago con la caccia al leone, in cui oltre all’animale, sono raffigurati due cavalieri, alla presenza di Virtus e dei Dioscuri, alcuni archeologi hanno ipotizzato, per la sua unicità, precisione e bellezza potesse appartenere a un membro della famiglia imperiale. Molto interessante è anche un sarcofago del III secolo d.C., su cui è raffigurato un corteo marino

Le cose mutarono a fine III secolo, quando la zona fu acquistata da Pretestato, che ne cambiò la destinazione d’uso da cimitero pagano a cristiano: per far questo, ampliò anche la cosiddetta Spelonca Magna, una cisterna del II secolo, che serviva per irrigare i terreni del Pago Tropio, in una primitiva catacomba.

Nel IV secolo d.C., il complesso e fu scavato un secondo livello, più profondo rispetto alla Spelunca Magna, il quale aveva un accesso indipendente da questa e due basiliche, una dedicata ai santi Tiburzio, Valeriano e Massimo, l’altra San Zenone. Benchè questi nomi a noi contemporanei dicano ben poco, all’epoca la devozione per questi martiri doveva essere assai diffusa, tanto che queste catacombe divennero una tappa fondamentale nella visita dei pellegrini a Roma tra il VI secolo e il VII secolo, un santuario visitato da molti pellegrini, tanto importante che papa Giovanni III vi abitò per un certo periodo.

Il cimitero fu certamente utilizzato sino fino al principio del secolo V, come prova un’iscrizione con la data consolare del 405:

HIC REQVIESCIT SVPERBVS TANTVM IN NOMINE DICTVS QVEM INNOCENTEM MITEM QVI SANCTI NO VERE BEATI IN QVO MISERABILIS PA TER OPTAVERAT ANTE IACERE DEPOS V • KAL • AVG • STIUCHONE VC BIS C

ossia

Qui riposa Superbo detto tale soltanto di nome, che i beati santi hanno conosciuto innocente e mite, nel cui sepolcro l’ infelice padre desiderava riposare prima di lui, deposto il 28 luglio, sotto il secondo consolato di Stilicone “viro clarissimo».

Restaurato nel 731 per volere di Gregorio III e alla fine del VIII secolo da Adriano I, cadde in un profondo oblio nel Medioevo, per essere ritrovato nel 1632 da Antonio Bosio‎ e associato a quello di Callisto. Fu scoperta una scala di accesso dal Parco della Caffarella, ancora praticabile alla metà del XIX secolo: da essa si calarono diversi visitatori che lasciarono le loro firme graffite sulle pareti.

Nel XVIII secolo il cimitero fu molto danneggiato dai trafugatori di reliquie e Marcantonio Boldetti lo identificò erroneamente con quello di Sant’Urbano (1720). Scavi sistematici condotti, tra il 1847 e il 1872, da Giovanni Battista de Rossi portarono non solo la scoperta della catacomba, ma alla sua identificazione con quella di Pretestato. Nel Novecento, le catacombe sono state studiate, in particolare da Rodolfo Kanzler (1909), da Enrico Josi (1931), che ritrovò i resti della fase pagana, e da Francesco Tolotti nel 1977.

Come accennato, il primo livello è formato dalla Spelunca Magna, un corridoio lungo circa cento metri e largo due metri, con scale a tutte e due le estremità. Nel cubicolo detto della Coronatio vi sono affreschi del III secolo d.C., che raffigurano, appunto, la Coronatio, posta sulla parte alta della parete di sinistra, in cui appaiono tre personaggi, quello a destra ha sul capo una corona fatta di foglie, mentre quello centrale ha in mano un ramo con germogli, con il quale sfiora la testa del terzo, un uomo coronato. Accanto a questa vi sono altre scene e precisamente: Gesù e la Samaritana al pozzo, la resurrezione di Lazzaro e l’episodio dell’Emorroissa.

Percorrendo questo corridoio, cioè lungo la Spelunca Magna, troviamo gli accessi ai sepolcri cosiddetti Cripte Storiche, è provato che una di esse conteneva le spoglie di Gennaro, qui furono rinvenute colonne di porfido. L’attribuzione è stata possibile grazie al ritrovamento dell’epigrafe dettata da papa Damaso

BEATISSIMO MARTYRI IANUARIO DAMASUS EPISCOP(us) FECIT

Singolare è, inoltre, la storia della scoperta dell’iscrizione damasiana dedicata ai santi Felicissimo ed Agapito: passata di mano più volte e riutilizzata per scopi diversi (anche come base di taglio in un laboratorio di marmi), fu individuata dallo Josi nel 1927, durante i lavori di smantellamento della Chiesa di San Nicola dei Cesarini, divisa in tre frammenti nella pavimentazione dell’edificio sacro.

Sempre parlando della Spelunca Magna, di grande interesse archeologico e storico è la cosiddetta Cripta delle stagioni, si tratta di un locale di forma quadrata che presenta tre grosse nicchie, una per parete tranne che su quella dove è posto l’ingresso, che e monumentale. Questo ingresso è formato da un arco sostenuto da paraste con la presenza di basi e capitelli. La parasta è un elemento architettonico strutturale verticale, una sorta di pilastro, inglobato in una parete, dalla quale sporge solo leggermente, non si deve confondere con una lesena, che pur avendo lo stesso aspetto esteriore, ha solo funzioni solo decorative. Una caratteristica interessante è che l’architrave e la soglia sono di marmo di Carrara. La volta della cripta presenta affreschi che raffigurano, in qualche modo, le quattro stagioni, da cui il nome dell’ambiente, precisamente sono rappresentate con buona qualità pittorica: la Mietitura; la Vendemmia; la Raccolta delle olive; la Raccolta dei fiori. Rappresentano, ovviamente, nell’ordine: l’estate, l’autunno, l’inverno, la primavera. Storicamente molto interessante è l’arcosolio detto di Celerina, su

cui è raffigurato l’episodio dell’Antico Testamento che vede Susanna insidiata da due vecchi, qui la donna è presentata come un agnello tra due lupi. La catacomba di pretestato presenta anche una peculiarità unica, infatti, è l’unico cimitero ipogeo in cui è conservata la cosiddetta “Casa del custode” cui era annesso l’ingresso monumentale della catacomba stessa, questo era formato da un vestibolo e da un lungo bancone che serviva come luogo di sosta per i pellegrini che qui giungevano

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