Le Terme di Tito

Sappiamo ben poco degli architetti preferiti di Nerone, Celere e Severo, tranne che fossero particolarmente antipatici a Tacito, che ne parlò così

“il cui estroso ardire giunse a creare con l’arte e lo sperpero delle ricchezze del principe bizzarrie che andavano contro le leggi della natura”

Eppure, quel poco che sopravvisse alla damnatio memorie del loro datore di lavoro, ci mostra tutto il loro genio. Non solo concepirono quella meraviglia che era la Domus Aurea, ma inventarono il modello edilizio di riferimento delle grandi terme dell’età imperiali. Le grandi novità che introdussero furono la fusione del ginnasio con le terme vere e proprie, la sistemazione degli ambienti lungo un unico asse, piuttosto che come giustapposizione più o meno casuale e l’introduzione stabile del frigidarium, con una o più vasche (piscinae) di acqua fredda, che spesso veniva mantenuta fresca con l’aggiunta della neve.

Paradossalmente, questa invenziona nacque da strutture che, in origine, nonostante le dimensioni, erano dei balnea privati: la prima sperimentazione, in quelle che dopo l’anno dei Quattro Imperatori saranno rese pubbliche e trasformate nella Terme Neroniane a Campo Marzio, fu poi replicata nei Balnea della Domus Aurea, situati alle pendici dell’Esquilino, nel nostro attuale e bistrattato Parco di Colle Oppio, in un’area compresa tra le attuali via Nicola Salvi, via delle Terme di Tito e viale del Monte Oppio.

I lavori dopo la morte di Nerone, dovevano essere incompleti e probabilmente, Vespasiano, non sapendo cosa farne di quella struttura, la lasciò abbandonata a se stessa: Tito, in un’ottica che si potrebbe populista, incentrata nel restituire al godimento pubblico gli spazi urbani privatizzati dall’ultimo esponente della gens Iulio Claudia, decise di completarla e di trasformarla da Balnea in Terme. Questa ipotesi di timeline, spiegherebbe il perché i lavori di costruzione fossero, ai tempi di Tito e Domiziano, straordinariamente rapidi: di fatto non si dovette costruire nulla da zero, ma riadattare un edificio già bello e pronto.

I resti sono piuttosto scarsi (una fronte a semicolonne in laterizio e vari tratti di murature), ma è possibile farsene un’idea precisa anche grazie alla pianta disegnata da Andrea Palladio nel XVI secolo, quando le rovine erano ancora comprensibili. Le terme erano precedute da una grande terrazza-palestra sulla sommità dell’Oppio, accessibile da una scala a doppia rampa coperta da due prospetti, davanti e dietro, con piccole volte a crociera. Secondo il Palladio, che ne disegnò una pianta, la struttura sarebbe stata realizzata da Vespasiano, con un dislivello di 17,5 m. rispetto al Colosseo che fu colmato da una grande scalea.

Sappiamo così che l’edificio termale, a pianta quadrangolare simile a quella delle terme di Nerone, era scenograficamente preceduto da una grande terrazza-palestra, elemento scenografico che in epoca più antica aveva abbellito gli Horti di Cesare sul Tevere, poi seguito nuovamente dalle architetture dell’epoca flavia, come il Foro della Pace, la Domus Augustana e il Foro Transitorio.

Il terrazzamento, con pergolati, tende, tettoie, sedili, tavolini, siepi e fontane, si estendeva sulla sommità dell’Oppio occupando oltre la metà delle terme, delimitata da un alto muro perimetrale, accessibile da una scala a doppia rampa, frontale e tergale, con numerose e piccole volte a crociera, una innovazione architettonica dell’epoca. Stando poi anche alle planimetrie cinquecentesche, le Terme si estendevano su un’area rettangolare di circa 125 x 120 m, con ambienti specularmente disposti ai lati di un asse centrale, di cui oltre la metà, sul versante meridionale, erano costituite da un grande terrazzamento.

Il versante settentrionale invece era occupato dal complesso balneare, con due calidarium come avancorpo, dotati di abside sul lato nord e di vasche sui lati. Da qui si accedeva, tramite un corridoio centrale che li separava, a un piccolo tepidarium rettangolare, oltre il quale si trovava il frigidarium, un grande salone con abside sul lato lungo e vasche laterali. Ai lati delle strutture termali si apriva una doppia serie di ambienti simmetrici: due cortili-palestre, due spogliatoi, due sale di lettura, recitazione, musica, ecc.

Simmetricamente disposti ai due lati di questi ambienti vi erano due grandi cortili porticati seguiti da due serie di tre ambienti minori affiancati. L’ingresso principale doveva essere sul lato settentrionale ma una scalinata monumentale, come sopra menzionato, saliva dalla valle del Colosseo ed immetteva al centro dell’area aperta.

Le Terme di Tito furono restaurate da Adriano e nel 238 da Balbino e Papieno: però, anche per la concorrenza delle più grandi e moderne terme di Traiano, decaddero rapidamente e in età tetrarchica, abbandonate, tanto ché fino al 1895, quando il Lanciani risolse l’errore, si credeva che questi ambienti facessero parte delle adiacenti Terme di Traiano. Come tanti altri monumenti della Roma antica divennero nel Medioevo e nel Rinascimento, in grandi cave a cielo aperto. Ad esempio, vi furono tratti i marmi che decorano le cappelle laterali della chiesa del Gesù o la vasca riutilizzata per la fontana del Cortile del Belvedere, in Vaticano o la vasca di porfido rosso riutilizzata nel museo Clementino sempre in Vaticano.

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