Andando per il Capo

Capo

Stamane approfittando della splendida giornata, a quanto pare, sembra che faccia freddo solo a Roma, con Manu ci siamo fatti una bella passeggiata nel centro di Palermo, incentrata sul Mercato del Capo. Dei quattro grandi mercati palermitani, gli altri sono Ballarò, Vucciria, Borgo Vecchio, questo è forse il meno conosciuto e noto ai turisti, anche se, a dire il vero, rispetto agli anni scorsi ho notato qualche banco in meno e qualche locale per aperitivo in più. Il mercato si sviluppa nell’omonimo quartiere, Capo, l’antico Seralcadio, , il quartiere degli schiavi, dall’arabo “Harat-as-Saqalibah”, che si allungava da Danisinni sino al mare, lungo l’asse viario Sant’Agostino-via Bandiera. Il nome deriva dalla denominazione della zona come “caput Sarecaldii”, diventata in seguito più semplicemente “Capo”. Quartiere che ai tempi di Balarm, si era sviluppato attorno al fiume Papireto e in cui, come suggerisce il nome, era dedicato al mercato degli schiavi e del bottino ottenuto dal saccheggio dei territori bizantini e franchi.

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Il punto di partenza della passeggiata da Porta Carini, una delle più antiche di Palermo: fu costruita sicuramente prima del 1310, data scritta in un lascito di un giardino con vigna, “extra Portam Careni Panormi”. Nel 1325 fu gravemente danneggiata dagli attacchi del duca Carlo di Calabria, nel tentativo di penetrare in città, e successivamente fu ricostruita dal nobile palermitano Ubertino La Grua che svolgeva diverse mansioni pubbliche quali capitano e giustiziere di Palermo. Grazie ai suoi meriti fu insignito del feudo di Carini, divenendone principe

La porta ricostruita nel 1325 era di semplice architettura, formata da un solo arco in pietra di taglio privo di decorazioni, ma in qualche modo colpì la fantasia dei palermitani: secondo una leggenda, nel 1248 vi apparve Sant’Agata, nata nelle vicinanze, per liberare la città dalla peste nera.

Nel 1782, riferisce il Villabianca, il baluardo detto di Gonzaga che si trovava lungo le mura tra porta Carini e l’attuale teatro Massimo, venne ceduto alle suore del vicino monastero di S. Vito (attuale caserma dei carabinieri), le quali, come contropartita dovevano ricostruire a proprie spese la porta. L’opera venne eseguita in un paio d’anni con un nuovo disegno e spostata un po’ più avanti, nel posto dove attualmente si trova.

Riferisce il Villabianca che “l’apertura di essa fu fatta conforme alle porte Felice e Maqueda, formata essendo di due alte piramidi, che sonoporta_carini_ comprese fra sei colonne di pietra rustica con vasoni di pietra sulle cimasi per varietà del disegno“. Questa scelta urbanistica non era casuale, tant’è che convolse altre antiche porte di Palermo e consisteva nello spostare più avanti le aperture ed abolire i vecchi fossati che circondavano le antiche mura e che divennero le strade che costeggiano il centro storico della città. Poi col tempo al di qua delle mura vennero addossate le abitazioni cosicché
oggi non resta pressoché nulla dell’antica cinta muraria.

Da questa Porta, parte l’omonima via, che si incrocia via Cappuccinelle da un lato, che prende il nome dalle suore novizie dell’Ordine femminile dei Cappuccini, con la chiesa annessa al convento sul pianoro detto del Noviziato al Capo, in cui sono presenti le statue di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, e la via Sant’ Agostino, che porta a un altro splendido mercato, dedicato ai vestiti e ai tessuti. Da questo quadrilatero, parte un tessuto urbano, piene di viuzze dai nomi assurdi, come via Gioia mia, via Scippateste e via delle Sedie volanti, quest’ultima così chiamata per via delle antiche botteghe degli
artigiani di portantine.

Il Capo è un mercato di generi alimentari, frutta, verdura, pesce, dove si contratta tanto e dove ogni tanto si incontrano venditori di sigarette di contrabbando, tutt’altro che discreti, però bisogna dare atto che sanno pubblicizzare in maniere assai divertente la loro merce, i venditori di cibo da strada, sfincione e panino co’ a meusa e riffaturi”, una sorta di gestori di una lotteria privata, in cui comprando un biglietto si può sperare di vincere una cesta di pesce o di carne.

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La prima chiesa che si incontra, nel visitarlo, è quella di San Gregorio, che secondo la tradizione, fu costruita sulla casa di Santa Silvia, mamma di papa Gregorio Magno, eletto al soglio di Pietro nel 590, il quale finanziò la costruzione del luogo di culto, distrutto dagli arabi nell’842. Fu poi ricostruita nel 1320 dall’arcivescovo Giovanni Orsini e restaurata in forme barocche da Giannettino Doria, l’arcivescovo che inventò il culto di Santa Rosalia.

La facciata, tipicamente barocca, ha la peculiarità di avere il portale costruito con colonne con capitelli finemente decorati, elementi provenienti dalla Chiesa di Santa Teresa a Porta Carini, demolita per esigenze urbanistiche nel 1740. Ora, San Gregorio non è un granché, ma è simpatico ricordare come dai palermitani sia chiamata “a chiesa rù baccalà”, perché uno degli accessi, quello di sinistra, era chiuso a magazzino nel periodo bellico e vi si stivava il baccalà per poi essere rivenduto nel mercato.

Immacolata

Poco più avanti, all’altezza di quello che una volta era il macello civico detto “bocceria nuova”, vi è uno dei gioielli dell’architettura barocca: la chiesa dell’Immacolata.In passato faceva parte dell’omonimo monastero benedettino costruito nel 1576 per volere della nobildonna Laura Imbarbara, vedova senza figli di don Sigismondo Ventimiglia (il suo sarcofago è tuttora custodito all’interno della chiesa). A stimolare l’edificazione del monastero vi furono gli eventi che si svolsero a Palermo nel 1575. In quell’anno la città fu colpita da un’epidemia di peste ed il popolo invocò la Vergine, insieme ai santi “contra
pestem” Rocco e Sebastiano. L’invocazione a Maria e le predicazioni congiunte dei francescani e dei gesuiti costituirono i presupposti per la fondazione del monastero.

Da tempo Laura Imbarbara desiderava fondare un istituto femminile a cui donare tutti i suoi beni e voleva che esso seguisse la regola francescana. Tuttavia, il gesuita Giovanni Antonio Sardo persuase la nobildonna ad adottare la regola benedettina. In quegli anni, infatti, i gesuiti erano impegnati nella gestione del monastero benedettino dell’Origlione ed avevano incontrato diversi problemi. La fondazione del monastero dell’Immacolata gli diede la possibilità di staccare una parte della comunità dell’Origlione e dirigerla verso il nuovo monastero. Fu così che la badessa dell’Origlione, Benedetta Reggio, inviò 12 suore nel monastero fondato dall’Imbarbara e ne divenne a sua volta badessa. Qui morì nel 1612

L’avvio dei lavori di costruzione della chiesa si concretizzò nel 1604, sulla base del progetto architettonico di Antonio Muttone e sotto la supervisione del regio architetto ed ingegnere militare Orazio Lo Nobile. La costruzione fu conclusa nel 1612, tuttavia il completamento effettivo dell’edificio richiese più di 100 anni di lavori e la notevole cifra di 80.000 scudi d’oro. IL monastero, nonostante tutto questo impegno, fu demolito nel 1932 assieme al Bastione d’Aragona per fare posto all’odierno Palazzo di Giustizia. Ciò che rimaneva fu distrutto nel corso dei bombardamenti aerei del 1943.

Se la facciata, ispirata al barocco romano, può apparire austera e sobria, l’interno capovolge totalmente l’impressione, con un trionfo di marmi e stucchi :tutto l’apparato decorativo della chiesa ruota attorno all’altare maggiore, sovrastato dalla grande tela della “Immacolata Concezione” del 1637 opera del grande pittore monrealese Pietro Novelli, che, per valorizzare la sua opera, realizzò anche il cupolino ottagonale tutto a stucco che copre il vano presbiterale.

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Le pareti laterali mostrano fastose decorazioni marmoree che ricoprono interamente l’interno, e bellissime cappelle che si caratterizzano per lo straordinario connubio tra architettura e decorazione. Da ammirare i quattro paliotti ad intarsio marmoreo policromo di inimitabile effetto scenografico, raffinate opere di oreficeria marmorea la cui realizzazione si deve a geniali artisti siciliani con l’utilizzo di pietre dure, agate, lapislazzuli e vetri colorati veneti. Vittorio Amedeo di Savoia, re di Sicilia anche se solo per pochi anni, s’innamorò di questi incantevoli paliotti al punto di portarseli dietro come ricordo al suo ritorno a Torino

Palermo 2052015 ( FOTO PETYX PALERMO) chiesa di sant'ippolito sequestrata

Come controcanto all’Immacolata, vi è la chiesa di Sant’Ippolito, spesso pericolante, costruita nel 1583 su una cappella risalente al XIII secolo, ingrandita con la realizzazione di un “cappellone” restaurato nella prima metà del ‘700. Internamente la chiesa è suddivisa in tre navate, con arcate sostenute da colonne marmoree. Tra le opere d’arte presenti, vi, ìun crocifisso dipinto del XV secolo e la tela di Filippo Randazzo del 1728, esposta sull’altare maggiore, raffigurante “Il martirio di San Ippolito”, che ricordiamolo, dovrebbe essere l’unico antipapa, tra l’altro dal pessimo carattere, elevato agli onori
degli altari

Eppure, nonostante la sua ricchezza di decorazione, l’Immacolata non è il centro religioso del Capo; questo è la chiesa della Madonna della Mercede, dei padri mercedari, l’ordine religioso fondato da San Pietro Nolasco, per riscattare i cristiani fatti prigionieri dai pirati musulmani. I padri mercedari giunsero a Palermo nel 1463 con privilegio dato in Vagliadolid dal Padre Maestro Gomezio di Bosega, per poter fondare nel luogo in cui volevano un convento dell’ordine. Subito furono ospitati nella chiesetta normanna di S. Anna, già della Confraternita dei Frinzari (frangiai) sempre nel Capo, ma per varie
divergenze insorte con quei confrati, nel 1482 i Padri fondarono una chiesa su un promontorio che si affacciava sul mercato e la dedicarono alla Madonna della Mercede (Captivorum Redemptrici Dicatum), e il convento annesso denominato di S. Anna (non più esistente) che fu il primo convento mercedario in Italia.

Il 18 novembre 1590 un gruppo di laici fondarono la Compagnia Santa Maria la Mercè, con lo scopo di divulgare il culto e la devozione alla Vergine invocata sotto questo titolo. Come si legge in alcuni antichi documenti, i confrati portavano in processione una statua (presumibilmente di cera e vestiti di stoffa) della Madonna della Mercede, visto che negli stessi documenti si legge di una statua di marmo e coralli della stessa Madonna. L’8 novembre 1753, data la grande devozione della Città alla Madre della Mercede, il senato palermitano decide di eleggerla Patrona ordinaria della Città di Palermo. Nel 1813 il Rev. Padre Mannino, Priore del Convento, ed il Superiore della Compagnia Francesco Cangeri, commissionarono all’artista di famiglia torinese Girolamo Bagnasco la preziosa statua della Madonna della Mercede, che attualmente viene portata in processione per il quartiere, accompagnata con il grido: A regina du Capu è, viva a madonna micce’. Uno dei momenti particolari di tale evento religioso è : a vulata i l’ancili, con due bambini vestiti da angioletti che sospesi a delle corde si incontrano sulla testa della Madonna recitando poesie e lanciando petali di fiori.

Mosaico-Demetra-Palermo

Accanto alla Mercede, vi è la protettrice laica del quartiere, “A Pupa ru Capo” mosaico creato e affisso nei primissimi anni del Novecento, presumibilmente tra il 1902 ed il 1908, che rappresenta una bellissima Demetra, dea delle messi, in pieno stile Belle Epoque , elegante e sfarzosa che tiene tra le mani un arco di spighe e fiori: un’idea di trionfo della natura e della fertilità, realizzata come pubblicità del forno Morello da Salvatore Gregoretti.

Da questo punto in poi, oltre a incontrare tante opere di street art, si entra nel regno dei Beati Paoli, un’antica setta segreta palermitana di cui si sa ancora molto poco, ma che pare abbia operato nei secoli XVI, XVII e, forse, XVIII, continuando l’azione di una più antica setta, conosciuta come “I Vendicosi”. Uno dei primi a parlare ufficialmente dell’esistenza dei Beati Paoli fu il marchese di Villabianca, nei suoi Opuscoli palermitani, considerandoli sicuramente estinti ed etichettandoli come uomini scellerati, dei brutali assassini che andavano in giro di notte commettendo omicidi; insomma una sorta di cosca mafiosa ante litteram, i cui membri si radunavano o in una grotta sotterranea sotto la chiesa di S. Maria di Gesù, anche detta di S. Maruzza, accessibile soltanto da due parti, dall’odierna via Beati Paoli, dove al n. 45 abitava il giurespedito G.B. Baldi, oppure dal vicino vicolo degli Orfani, adiacente alla suddetta chiesa.

Società segreta il cui nome deriva dall’errata italianizzazione del siciliano Biat’i Paula, ovvero Beato di Paola, con chiaro riferimento a S. Francesco di Paola, difatti, secondo la tradizione, i membri della setta andavano in giro travestiti da monaci per rifugiarsi nelle chiese e carpire informazioni preziose da utilizzare nelle loro riunioni notturne e che è state resa famosa da Luigi Natoli, che nel suo romanzo “I Beati Paoli” li trasforma in una sorta di batman palermitani, vendicatori dei torti subiti dalla povera gente.

Agata-Guilla

Più avanti, si incontra la chiesa di Sant’Agata alla Guilla, sulla casa palermitana della protettrice di Catania, che prende il nome da un temine arabo che fa riferimento a una polla d’acqua originata dal Papireto che scorreva nelle vicinanze. La chiesa, uno dei rari esempi di gotico catalano a Palermo. Nel 1556 vi aveva sede una confraternita composta da nobili i quali nel 1580 accolsero anche la maestranza dei muratori che veneravano come patroni i Ss. Quattro Coronati, questi vi resiedettero fino al 1727, insomma, l’equivalente locale della massoneria inglese. Nel 1685 don Girolamo Quaranta vi fondò un Conservatorio per alcune donne “levate dal peccato”ossia ex prostitute. Nonostante il suo fascino, però la chiesa è abbandonata.

L’ultima tappa della nostra passeggiata è stata Piazza dei Sette Angeli, per vedere i mosaici romani, forse parti di un edificio pubblico attinente al foro, uno dei pochi resti riferibili alla Panormus romana; Nelle piazza sorgeva anche un antico monastero fondato dal viceré Ettore Pignatelli (1529), dedicato a San Francesco di Paola e intitolato ai Sette Angeli in ricordo di un affresco che decorava una chiesa che si trovava lì in precedenza. Secondo la tradizione è in quest’area che sono nate sant’Oliva e santa Ninfa, patrone della città, e la chiesa era a loro consacrata.

La chiesa e il monastero furono in gran parte distrutti nel 1860 durante i combattimenti tra truppe borboniche e garibaldine e sul vuoto lasciato si è formata la piazza, che il 18 aprile 1943 fu teatro di una tragedia. Una bomba alleata esplose dentro un rifugio antiaereo, provocando un numero imprecisato di morti, visto che nessuno aveva idea di quante persone vi fossero.

6 pensieri su “Andando per il Capo

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