Il secondo progetto di Giuliano da Sangallo

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Ma cosa aveva costretto il buon Bramante a ripensare per l’ennesima volta il suo progetto per San Pietro ? Stavolta, più che le fisime di Giulio II, c’entrarono molto le ambizioni di Giuliano da Sangallo, il quale, rimasto con un palmo di naso dopo il congelamento del progetto del Mausoleo papale, aveva deciso di riprendersi a tutti i costi il suo ruolo di primo architetto papale, da cui era stato spodestato da Donato.

Per cui, invece di stare a piangersi addosso, cominciò a studiare i progetti di Bramante, allo scopo di capirne sia i punti di forza, sia le debolezze: dopo lungo studio all’architetto fiorentino saltarono agli occhi i due grossi problemi del progetto 2 del rivale, probabilmente sfuggiti a Donato e ai suoi collaboratori lombardi.

Il primo riguardava la statica: Giuliano si rese conto che, per come stato concepito, il progetto 2 di Bramante, per lo spessore dei piloni e delle masse murarie, difficilmente avrebbe retto il peso della cupola, rischiando così il crollo.

Il secondo era legato alla concezione stessa del cantiere: Bramante lo aveva concepito come orientato a costruire una specie di struttura portante integrale, da erigere più o meno simultaneamente in tutte le sue parti. Questo però avrebbe presupposto la demolizione completa della San Pietro costantiniana. Di conseguenza, il Papa si sarebbe trovato per decenni senza una basilica in cui celebrare i riti sacri, sino al completamento dei lavori.

Per ovviare a queste criticità, Giuliano cominciò a lavorare sul progetto 1 di Bramante, che, nonostante le perplessità di Giulio II, era gradito a buona parte della Curia e che quindi avrebbe ridotto le opposizioni e le proteste in caso avesse sostituito Donato nella direzione dei lavori della basilica vaticana.

Progetto reinterpretato secondo la sua personale sensibilità, immaginando un corpo edilizio con chiari contorni geometrici, erede della tradizione quattrocentesca, opposto come concezione silhouette contrastante e permeabile dei volumi e degli spazi del disegno bramantesco, ispirato alle rovine della classicità romana.

Per tenere in piedi la basilica, Giuliano concentrò il suo interesse nel rinforzare i pilastri portanti, punto debole dell’impianto bramantesco, pur mantenendo il sistema del quincunx. L’interno, a forma di una croce greca, s’inscriveva in un blocco quadrato di 70 canne pari a 156,64 metri, animato da torri e avancorpi.

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Il rafforzamento dei pilastri consentiva a Giuliano di ampliare l’idea dell’ottagono bramantesco, rivisto però secondo la tradizione fiorentina del battistero di San Giovanni e della cupola brunelleschiana del duomo di Firenze. Allargando le nicchie diagonali del progetto di Giuliano riprese quanto aveva già concepito nella città toscana per il progetto della sagrestia di Santo Spirito, un ottagono iscritto in un quadrato con delle nicchie agli angoli, reinterpretazione del Tempio di Minerva Medica all’Esquilino, mentre le colonne che fiancheggiavano le cavità rimandavano ai motivi presenti nelle terme romane.

Sprovvista di pennacchi, la crociera ottagonale sarebbe proseguita nel tamburo. Per le cappelle secondarie Giuliano procedette con un’omogeneizzazione geometrica, dando a tutte le nicchie la stessa dimensione. Agli angoli quattro torri con campanili avrebbero ospitato le sagrestie. All’esterno le torri avrebbero plasmato una forte tridimensionalità, percepita da lontano.

I loro volumi verticali avrebbero dialogato in modo efficace con la cupola principale, larga 20 canne ossia 44,70 metri, appoggiata sul tamburo ottagonale dotato probabilmente, sul modello di Santa Maria del Fiore, di aperture circolari.

Tutto ciò generava un complesso con volumi contrastanti, assoggettato a una forte gerarchica tra il centro e gli spazi specifici. Inizialmente, Giuliano voleva fare sporgere il semi-cilindro dell’esedra e forse anche i bracci delle cappelle angolari, accogliendo in pieno quanto concepito nel progetto bramantesco.

Soluzione che contrastava però con la sua sensibilità spaziale: per cui, decise di accentuare la dicotomia esistente, tra l’organismo interno complesso e un volume esterno compatto per il quale concepisce, ancora più del rivale, rapporti numerici semplici, in conformità ai prìncipi albertiani. Questo avrebbe amplificato l’effetto sorpresa del fedele che, entrando nella basilica, si sarebbe trovato davanti uno spazio ben diverso da quello che avrebbe immaginato, osservando l’esterno

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L’avancorpo centrale, di 55,85 metri con 11 intercolunni, avrebbe consentito a Giuliano di proiettare la struttura interna della croce greca sulle quattro facciate. I campanili dovevano corrispondere ad una larghezza di circa 24,50 metri, cadenzati da 5 intercolunni, mentre con 26,80 metri la parte arretrata, era costituita da 7 intercolunni di soli 3,80 metri. Sia le torri sia l’avancorpo centrale sporgevano di circa 4,46 metri dal blocco edilizio ed erano articolati da paraste, in analogia con il progetto bramantesco, ma, con i loro fusti di circa 1,34 metri e il ritmo serrato, in conformità alle norme vitruviane. Sul lato dell’ingresso i portici, incoronati da timpani, dovevano dialogare con l’avancorpo centrale e le torri angolari, ospitando le entrate nella navata centrale e quelli laterali.

Sopra l’avancorpo centrale, forse sormontato da un frontone, si sarebbero alzati il semicilindro e la semicupola dell’esedra della navata centrale. I tetti dei quattro bracci della croce sarebbero confluiti verso l’ottagono centrale, coronato dalla cupola principale poggiata sul tamburo. Secondo una forte gerarchia, tra le torri e la cupola principale si sarebbero alzate le cupole delle navate laterali illuminate da tamburi finestrati e sormontate da coperture emisferiche. More fiorentino una lanterna
doveva verosimilmente troneggiare sulla maestosa cupola centrale.

Forse il contrasto tra cupole e tetti aveva convinto Giuliano a concepire il piano terra come una specie di podio poderoso con nitidi limiti geometrici. Il cubo, con avancorpi relativamente piatti e il ritmo continuo delle paraste, avrebbe neutralizzato i contrasti della parte alta e, visto da lontano, conferito forti valori non solo plastici, ma anche simbolici. Sul lato dell’ingresso i portici, incoronati di timpani, dovevano dialogare con il frontone della sporgenza centrale.

Dalla limpidezza geometrica della planimetria fino alla cupola su pianta ottagonale il sistema rimandava alla cattedrale di Firenze, considerata da Giuliano come forma ideale del tempio cristiano. In più, la soluzione proposta, permetteva una modalità di lavoro modulare, con la progressiva demolizione e ricostruzione della basilica costantiniana, in modo che il Papa potesse continuare senza troppi problemi con la normale attività liturgica.

Forte di tali argomenti, Giuliano presentò la sua controproposta a Giulio II…

2 pensieri su “Il secondo progetto di Giuliano da Sangallo

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