Il Real Teatro di Santa Cecilia

Santa Cecilia

Lo storico rivale del Bellini era il il Real teatro di Santa Cecilia, situato nell’omonima piazzetta, nel cuore della zona di Palermo chiamata Fieravecchia, per via del mercato che si trovava in questo luogo sin da tempi antichissimi (la sua presenza è testimoniata da un documento del 1291 che è conservato nell’Archivio della chiesa della Magione).

Mercato che all’epoca era gestito dalla comunità ebraica, proprio sotto il Teatro Santa Cecilia sono stati trovati i resti di un forno kosher e che nel 1340 ottenne una serie di privilegi fiscali da Pietro II di Aragona.

Per secoli si è snodato su diverse strade, adattandosi ai cambiamenti urbanistici avvenuti nei secoli e inglobando tre piazze ancora oggi ricche di fascino: Rivoluzione, Sant’Anna e Croce dei Vespri.

Tra l’altro, Piazza Rivoluzione è stata il cuore del Risorgimento palermitano nonché il simbolo della lotta contro i Borboni. Il primo moto di rivolta avvenne proprio qui nel 1820, poi di nuovo il 12 gennaio 1848, quando Giuseppe La Masa vi accorse per incitare i cittadini all’insurrezione che poi diede inizio alla gloriosa rivoluzione durata 16 mesi. Due anni dopo Nicolò Garzilli fu fucilato proprio nella piazza insieme ad altri patrioti e rivoluzionari.Il 27 maggio 1860 Garibaldi, entrato dalla vicina Porta di Termini, sostò in questo luogo, per onorare tutti i suoi caduti.

Questo mercato è quasi scomparso, rimangono pochissime botteghe e testimonianze assai bizzarre: ad esempio in via Schiavuzzo, su un muro annerito dal tempo, spicca la lastra di marmo bianco datata 28 aprile 1.862 con il «Ragguaglio tra le antiche misure col metrico decimale», una sorta di convertitore dei pesi e delle misure per i commercianti, per evitare inutili polemiche con clienti poco fiduciosi.

Per cui, nel Seicento, tutta quest’area era estremamente popolare, simile alla via Principe Amedeo nell’Esquilino: caotica, sporca, i radical chic dell’epoca se ne lamentavano per ogni dove, ma con prezzi immobiliari estremamente bassi.

Ora, l’Unione dei Musici, una sorta di associazione di categoria di musicisti ed uomini dello spettacolo, aveva come sede dal 1582 la chiesa dello Spasimo, che utilizzava anche come spazio teatrale per la rappresentazione del melodramma e della prosa. Sede che aveva uno sproposito di problemi: l’acustica era quella che era, la chiesa minacciava sempre di crollare in testa a spettatori e teatranti e lo spazio era condiviso con un lazzaretto, il che certo non un buon modo per convincere il nobile palermitano medio a comprare i biglietti per le rappresentazione.

Urgeva quindi una nuova sede teatrale: per cui, non navigando nell’oro l’Unione dei Musici, per costruirla fu scelta un’area i cui costi immobiliari fossero estremamente contenuti, ossia Fieravecchia. Il nuovo teatro fu dedicato a Cecilia, patrona della musica, per merito di un copista ignorante, che trascrisse male nel Medioevo l’antifona di introito della messa nella festa della Santa.

Invece di copiare bene l’originale

Candentibus organis, Caecilia virgo in corde suo soli Domino decantabat

ovvero

Tra gli strumenti di tortura incandescenti, la vergine Cecilia lodava Dio nel suo cuore

il somaro trascrisse

Cantantibus organis, Cecilia virgo in corde suo soli Domino decantabat

ossia il ben differente

Mentre gli strumenti musicali (profani) suonavano, Cecilia cantava a Dio interiormente

Tornando al nostro teatro, i lavori di costruzioni cominciarono nel 1692 e furono affidati a un architetto di cui si sa ben poco, Giuseppe Musso, che però doveva essere assai stimato all’epoca, dato che riceve un pagamento, assai consistente, di cinquantacinque onze

“per avere fatto il modello del detto Theatro e personalmente assistito sopra le fabbriche di quello”

e capace nel suo lavoro. Grazie anche ai contributi economici della nobiltà locale e del Viceré spagnolo Francesco Paceco de Uzeda, di fatto un teatro serio era uno status symbol a cui una città che si illudeva ancora di essere una capitale non poteva rinunciare, il tutto fu inaugurato il il 28 ottobre 1693, con l’opera seria L’Innocenza Penitente del poeta palermitano Vincenzo Giattini musicata da Ignazio Pulicò, dedicata a S. Rosalia, ovviamente per assecondare le aspettative del pubblico.

Musso, tra l’altro, senza dubbio conosceva bene il suo mestiere: con il Santa Cecilia progettò il primo teatro all’italiana della Sicilia, con una sala ellittica, boccascena, palcoscenico e 66 palchi in quattro ordini. Inizialmente il popolo sedeva in platea su 33 file di panche di legno, per un totale di 336 posti.

Dinanzi a tutto questo ben di Dio, l’Unione dei Musici si scatenò, mettendo in piedi l’equivalente dei nostri colossal: per l’allestimento dell’opera Tito Sempronio Gracco di Alessandro Scarlatti nel 1702, le scene vennero affidate ad uno dei più grandi scenografi italiani del tempo, Ferdinando Galli da Bibbiena, come risulta dal libretto dell’opera. Per la scena finale si legge “Globo di nuvole che si cangia prima in galleria, poi in reggia di Nettuno”; sono inoltre elencate alcune delle macchine di scena utilizzate: “conchiglie con Venere, carro trainato da quattro pavoni, ninfe, amorini, tritoni, arco baleno e la reggia di Giove lucida e sfavillante in aria”.

Nel 1703 la sala e le gallerie furono dipinte su progetto di Andrea Palma. Nel 1724 vi si rappresentò la Didone abbandonata di Metastasio. Come il Bellini, il Santa Cecilia fu gravemente danneggiato dal terremoto del 1 settembre 1726; tuttavia, in questo caso, i lavori di ristrutturazione procedettero assai più celermente del concorrente, tanto che il Santa Cecilia riaprì nel 1737.

Ulteriori lavori di ristrutturazione furono eseguiti nel 1787 e nel 1792; dato che Maria Carolina preferiva il rivale Bellini, non ci furono ulteriori interventi durante il soggiorno della corte borbonica a Palermo. Però, nel 1816, l’architetto Giuseppe Ponte, noto più per le sue attitudini da scienziato pazzo lo attrezzò di un ingegnoso meccanismo che consentiva, alla fine dell’opera, di trasformare in pochi minuti il teatro in sala da ballo, abbassando il palcoscenico al livello della platea e creando altri diciotto palchi. Ciò avveniva durante le feste e in particolare durante il Carnevale, quando i teatri ospitavano spesso balli mascherati.

All’epoca, ingresso del teatro era servito da una scala a due rampe di marmo rosso, originariamente esterna; nel 1853 cominciò l’ultima grande ristrutturazione del teatro. Carlo Giachery, l’architetto dei Florio, provvide a ridisegnare il foyer, il boccascena e i quattro ordini dei palchi e a sostituire con poltroncine le panche in legno della platea.

Sul soffitto i pittori Giuseppe Costa e Giuseppe Bagnasco inserirono un affresco raffigurante Apollo tra le figure della Tragedia e della Commedia. Una parte della copertura venne realizzata parzialmente trasparente, anticipando le scelte di Giuseppe Damiani Almeyda per il Politeama.

All’esterno, si costruì quella che è la facciata attualmente visibile su progetto di Giuseppe Di Bartolo Morselli, il rivale di Basile e di Giuseppe Patricolo, l’inventore dello stile arabo normanno, che fu anche direttore dei lavori. In tale veste, il buon Giuseppe, che, nonostante la sua creatività nel restauro, tale da fare sembrare un dilettante Eugène Viollet-le-Duc, non riesce a starmi antipatico, descrisse minutamente i lavori da compiere in un preventivo, anch’esso utilissimo oggi per un paragone tra l’antico e il nuovo teatro

Di Bartolo e Patricolo, per una volta non realizzarono né una facciata finto rinascimentale, con tanto bugnato, né un accrocco pieno di cupoline rosse a archi gotici, ma un prospetto alquanto funzionale, caratterizzato da tre aperture centrali e paraste di ordine dorico al livello inferiore, e corinzio su quello superiore. Sull’attico era presente una composizione in stucco rappresentante l’incoronazione della musa Euterpe, dea della musica, realizzata da Filippo Quattrocchi, oggi sostituita da una versione bidimensionale.

Come il Bellini, a causa delle aperture del Massimo e del Politeama, il Santa Cecilia entrò rapidamente in crisi nera: per salvare il salvabile il solito Marchese di Rudinì nel 1865 lo adattò a primo café chantant della città, rendendolo l’equivalente di quello che sarà il nostro Ambra Jovinelli.

Tentativo fallimentare: nel 1875 divenne Museo delle Cere, venne poi preso in affitto dalla Filodrammatica del Buon Pastore e infine chiuse definitivamente il 29 aprile 1888. Nel 1906 fu acquistato dalla Società Ferri e Metalli e nel 1955 venne acquisito dai fratelli Guajana che lo adibirono a deposito.

Nell’ottobre 1987, in occasione di una manifestazione privata, lo spazio scenico venne riutilizzato per la messa in scena dell’opera Bobok, tratta dal racconto di Dostoevskij e nel 2009 iniziò il restauro del teatro con fondi comunitari. Il problema, come sempre, in questi casi, è lo stesso dell’ex cinema Apollo all’Esquilino, ossia finiti i lavori, cosa diavolo ci facciamo ?

A differenza degli amministratori capitolini, quelli siciliani furono assai più lungimiranti.Il 9 settembre 2010, l’allora assessore regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Gaetano Armao, insieme al Presidente della Fondazione The Brass Group, Ignazio Garsia, firmarono la convenzione per l’affidamento del teatro alla stessa Fondazione.

Per i non palermitani, il Brass Group è un progetto musicale jazz fondato nel 1974 a Palermo dal pianista Ignazio Garsia. Attualmente è una delle realtà jazz maggiori a livello nazionale, con collaborazioni con Charles Mingus, Franco Cerri, Frank Sinatra e Miles Davis, che hanno fatto del capoluogo siciliano «una delle capitali del jazz europeo». Il club è richiamato nel titolo di un capitolo de La doppia vita di M.Laurent, dello scrittore palermitano Santo Piazzese.

In una sorta di ouroboros, di serpente che si morde la cosa, la sede del Brass Group è proprio lo Spasimo, da cui è partita la nostra storia, in cui vi è la “Brass Academy”, scuola di jazz frequentata anche da mia moglie.

Con l’accordo del 2010, terminati i lavori nel 2015, il Santa Cecilia, invece di rimanere inutilizzato, è diventato il palcoscenico per i concerti jazz e gli eventi culturali del Brass Group…

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