De Bello Alieno

Confesso di essermi avvicinato a De Bello Alieno di Davide Del Popolo Riolo con qualche cautela.

Non perchè consideri l’onirostoria, dalla belle definizione data da Marco Moretti, ossia l’insieme dei mutamenti della storia connessi al verificarsi di eventi immaginari, come l’arrivo degli alieni o l’apparizione dei draghi, meno valida dell’ucronia vera o propria, dove i cambiamenti sono realistici e rientrano nell’ambito del possibile; in verità ciò che mi  tratteneva era un retaggio scolastico, non ho mai tollerato le epistole di Cicerone, e l’abitudine del suo editore di attribuire l’etichetta steampunk a destra e manca, omologando i suoi autori e sminuendo la loro originalità creativa.

Alla fine, ho vinto la mia pigrizia e ne sono felice: De bello Alieno è un bel romanzo, ben scritto, divertente e immaginifico, che consiglio di leggere..

Ammiro Davide, perchè, con tutta sincerità, non saprei da che parte cominciare nello scrivere un romanzo epistolare… Poi, con molta probabilità, nelle mie mani, uno spunto simile sarebbe diventato un peplum fracassone alla “Maciste contro gli uomini della luna, mentre Davide, mettendo la minaccia aliena sullo sfondo e concentrandosi sulle relazioni tra i personaggi, riesce a essere elegante e misurato, mostrando sotto nuova luce i personaggi che abbiamo imparato a conoscere nei libri storia, senza però tradire la loro natura.

Sotto molti aspetti, Davide, con il suo rielaborare i canoni e i modelli dell’antichità classica, rendendoli pop e mischiandoli con citazioni di Wells e della narrativa del genere, è l’antesignano del tentativo di creare in Italia una fantascienza postmoderna.

Per cui, spero di leggere presto la sua versione dei Commentari di Cesare o delle Storie di Sallustio !!

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Ucronia come esperimento mentale…

u Facebook, ho avuto un’interessante discussione con il buon Umberto Rossi, figura storica della fantascienza italiana, ispirata dal romanzo Pavana di Keith Roberts che verteva su due punti: la natura dell’ ucronia e gli obiettivi di Filippo II con l’Armada Invencible.

Se mi riprometto di riprendere con calma il primo punto, mi concentro sul secondo, anche perchè non mi andava troppo di tirarla troppo per le lunghe, annoiando gli oaltri, nell’ambito in cui era nata, un gruppo dedicata ai Romanzi di Fantascienza

La posizione di Umberto è quella tradizionale: obiettivo di Filippo II è porsi sul capo la corona inglese.

Io invece, sostengo una visione più “limitata”, condivisa da alcuni storici contemporanei: l’obiettivo strategico spagnole era di bloccare l’appoggio inglese ai ribelli delle Fiandre, da realizzarsi tramite una sorta di shock and awe eseguito ai tercios che avrebbe costretto Elisabetta a trattare la pace, basata sul ritiro del sostegno economico e militare agli straccioni del mare, il ritorno al cattolicesimo, il blocco della pirateria e una forma di autonomia per l’Irlanda, oppure nell’ipotesi più ottimista, nella sostituzione della Tudor con un re più “malleabile”.

I motivi sono quattro:

1) Filippo II, prima dell’Armata Invincible ebbe occasioni molto più favorevoli per l’occupazione dell’Inghilterra, ma non ne ha approfittato, foese convinto che il gioco non valesse la candela;

2) La logistica limitata della spedizione militare, che permetteva una campagna di massimo sei mesi, in modo da poter riportare il tercios nelle Fiandre, prima delle campagne di primavera dei ribelli.

3) Il fatto che Filippo II, pur non essendo un genio strategico, per la sua mania burocratica era consapevole della “coperta troppo corta” associata alle truppe spagnole

4) Il precedente di San Quintino, in cui, invece di dare il colpo mortale ai francesi, occupando Parigi, Madrid preferì trattare

Per cui, nel caso ucronico di riuscita dello sbarco, se Alessandro Farnese, per fare più danni nel minor tempo possibile ha un’unica opzione, puntare a Londra, per Elisabetta vi sono tre possibilità

1) Affrontare il rullo compressore spagnolo, facendo il gioco di Filippo II

2) Temporeggiare, lasciando Londra e i porti della Manica nelle mani iberiche, attendendo il ritiro del tercios, con tutti i relativi rischi politici connessi e facendo il gioco di Alessandro Farnese che ottiene il risultato (il blocco degli aiuti alle Fiandre) minimizzando i costi, ossia lasciando solo una parte delle truppe in Inghilterra

3) Trattare, nella speranza di recuperare le posizioni a breve termine, concedendo però una finistra operativa di quattro o cinque anni agli spagnoli per chiudere definitivamente la questione fiamminga (che però non potrebbe bastare…)

Ovviamente, ogni decisione di Elisabetta apre una valanga di scenari possibili, i cui effetti a medio termine sono scarsamente valutabili: per cui, l’ucronia è qualcosa di più o di diverso di una “consolazione storica”, per ricostruire un passato ideale.

E’ un esperimento mentale, un giooo stategico e intellettuale, che abitua la mente all’analisi e all’approfondimento della storia

Uomini in Rosso

E’ da tanto che non parlo di un’Urania… Non perchè non ne abbia letti o perchè mi sono trovato davanti a schifezze, su cui tacere per carità di patria… Semplicemente con tutti i casini che ho avuto negli ultimi mesi, la metà basta, ho avuto poca voglia di trattarli.

Oggi farò un’eccezione, con Uomini in Rosso di Scalzi, vincitore del premio Hugo del 2013: romanzo divertente, letto in una sera, anche se avrei tolto le appendici, che nulla aggiungono alla storia.

Quello che mi ha colpito, però, ha poco a che vedere con le qualità narrative. Uomini in rosso rispetta tutti i canoni del postmodernismo: il citazionismo, l’ironia con cui ci si rapporta ai modelli di riferimento, la metanarrativa.

Idee che nella letturatura italiana sono confinati nella cosiddetta narrativa colta e che a volte, più per fama che per realtà effettiva, spaventa il lettore medio

Invece, in America, succede il contrario: tutte queste idee sono diventate parte della letteratura popolare e del fumetto e vengono digerite e apprezzate dalla persona comune.

A questo punto, la nostra fantascienza non può esimersi dal porsi lo stesso problema: i miei romanzi steampunk, per il resto della mia fantascienza il discorso è lievemente differente, sono postmoderni.

Perché dialogano con i classici dell’Ottocento, sfottendoli e li smontano e li ricostruiscono, in un continuo caleidoscopio.

Una pagina riprende lo stile frammentario dei realisti, un’altra quello fluviale dei russi: creando un gioco di rimandi, nel tentativo di avvolgere in una rete il lettore…

So Close/Così Vicino

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Area 35, la giovane e brillante galleria milanese situata in via Vigevano 35, ha lanciato il progetto New Talent, per esplorare le nuove frontiere dell’Arte e dare una vetrina ai giovani talenti.

In tale ambito, è stata inaugurata la mostra So Close/Così Vicino del giornalista e storico Matteo Ceschi che durerà sino al 2 ottobre

Così Vicino è un sezionare l’anima, riscoprire tramite l’obiettivo fotografico, le storie nascoste dietro l’apparenze di un volto; è un creare empatia, un dialogo a tre tra osservatore, fotografo e soggetto, accomunati dalla difficile esperienza di essere uomini.

Una narrazione essenziale, in cui la cognizione del dolore abbandona il transitorio, per fissarsi nella memoria

Come dice Ceschi

There are people so dear”, in questa semplice ed efficace strofa inedita di Jimi Hendrix è racchiusa la mia filosofia. Quando sono dietro l’obiettivo – a essere sinceri, al momento dello scatto mi ritrovo sempre al di là – mi dimentico spesso di cosa stringo tra le mani calamitato inesorabilmente verso l’altro, il possibile soggetto della mia foto. Una curiosità umana, azzarderei pasoliniana, mi dà il coraggio sufficiente di osare e di applicare quella leggera pressione sul pulsante dello scatto. D’altronde, cosa c’è di più naturale che raffigurare un proprio simile nella speranza di ritrovare nell’altro espressioni a noi così connaturate da risultare scontate?

Le 17 foto (30×20) della mostra sono state scattate dal 2009 ad oggi con due differenti camere, la Nikon Coolpix P80 e la mia fedele EOS 1100 D.

I luoghi vanno dalla East Coast statunitense alle capitali europee con una predilezione per Parigi, città a cui io è mia moglie Erica, una storica del Settecento, siamo particolarmente legati.

L’approccio come avrai visto è molto “street” e cerca di cogliere schegge di quotidianità.

La mia scrittura coatta

Come promesso, cerco di parlare un poco di più di fantascienza. Nei giorni scorsi si è dibattuto su quella che, scherzando, abbiamo chiamato fantascienza coatta, ossia il tentativo di recuperare sia il sense of wonder delle origini, sia una forza espressionista, capace di spiazzare il lettore.

Questo come si piazza nella mia scrittura ?

Ne Il Canto Oscuro e in Lithica, è difficile parlare di “coattismo”, perchè l’obiettivo era ed è riscrivere, in una sorta di delirio postmoderno, la narrativa di fine Ottocento: sia quella alta, è interessante notare come tanti paludati recensori non si siano accorti delle parodie di Flaubert e di Guy de Maupassant, il che pone qualche dubbio sulla loro conoscenza delle basi della letteratura, sia quella bassa; in Lithica si farà il verso a Verne, a Salgari e Conan Doyle, tanto che il buon Mycroft avrà il suo momento di gloria, sfuggendo all’ombra del fratello.

In Noccioline da Marte, invece, ho utilizzato un approccio più psichedelico. Forse le opere più “coatte” che sto partorendo sono quelle in collaborazione con il buon Giorgio Sangiorgi, sia per la modalità di scrittura, che ricorda quella dei gloriosi tempi di Amazing Stories, sia nelle forma e nei contenuti, in cui mi confronto con i temi della fantascienza classica, giocando però con le sperimentazioni linguistiche, con il montaggio e con ambientazioni inusuali…

Speriamo che il risultato sia divertente

Il mio blog di fantascienza

alieni

Flavio Alunni, sempre troppo buono con me, mi ha citato tra i blog di fantascienza italiani: lo ringrazio tanto perché questa cosa mi onora, nella sua lista ci sono scrittori ed espertoni che stimo assai, e mi fa arrossire.

Perchè purtroppo, non sono mica tanto capace di tenere un blog di fantascienza: sono troppo ignorante in materia, non smetto mai di scoprire autori e romanzi, non ho una competenza letteraria così spinta per andare nelle critiche oltre a un “me piace” o un “nun me piace” e sono tanto, tanto dispersivo.

Non riesco infatti a essere sul pezzo e dedicarmi completamente all’argomento: scrivo nel blog delle cose più assurde che mi vengono in mente… Il che può irritare gli appassionati del genere, tutt’altro che interessati alle diatribe dell’Esquilino o a i miei esperimenti culinari, ma purtroppo non riesco a fare altrimenti…

Al massimo prometto che mi impegnerò di più a postare su alieni e astronavi….

Le beffe del commercio all’Esquilino

Da antico abitante dell’Esquilino, sono stato testimone di tutti i suoi cambiamenti. Negli anni Settanta, nel rione abbondavano botteghe e negozi di alimentari e di vestiario, un punto di riferimento per l’intera Roma.

Situazione che entrò in crisi a inizio anni Ottanta per vari motivi: dall’invecchiamento all’abbandono di parte della popolazione, alla nascita nel tessuto urbano di Roma di altri poli commerciali nella prima fascia periferica, come via dei Castani e la Tuscolana, che crearono una concorrenza imprevista, dai sempre più elevati costi di manutenzione dei palazzi al degrado del mercato, che in termini di pulizia e ordine pubblico era sempre più lasciato a se stesso, che allontanava potenziale clientela e diffondeva una percezione di abbandono.

La moria dei negozi tradizionali aprì uno spazio per le attività degli immigrati: nacquerò così gli store connessi all’importazione dell’artigianato etnico e presunto tale e i tanti showroom di vestiario made in China…

Così, in un tessuto sociale in difficoltà e costretto all’improvviso a confrontarsi con il diverso, come spesso accade, si scambiò la causa con l’effetto, accusando l’immigrato di essere la causa dei problemi del rione.

Posizione assecondata da una classe politica, indipendentemente dal partito, che per inseguire i voti del momento si mostò miope e provinciale, bastava leggere un testo di sociologia o farsi una gita in qualche altra capitale europea per capire come sarebbero andate a finire le cose, la famigerata delibera del 5 gennaio 2009.

In cinque anni, sono successe tante cose, dalla gentrificazione del rione allo sviluppo di una borghesia italo-cantonese, che si è ripercossa sulla struttura sociale ed economia: però per quella delibera, siamo arrivati al paradosso che all’Esquilino un negozio storico ,come Di Veroli, può essere trasformato senza grosse difficoltà in un ristorante etnico e in compenso, un giovane imprenditore un può aprire una sartoria d’alta moda, perchè è

Inibita, l’apertura di nuove attività nei seguenti generi merceologici:
− produzione e/o vendita di ogni genere di abbigliamento e accessori…